E se fosse tutto un gioco?

Io voglio bene solo a me stesso. Se vuoi che ti voglia bene, devi far parte di me.

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Io sono quel che sono. D'altronde non potrei essere diversamente.

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sabato, 21 novembre 2009

...




La tua immagine
è limpida nella mia mente
sfocata sulle mie pupille.

Perché la mente può solo immaginare
gli occhi anche piangere.



mosaico absidale della Chiesa di San Clemente a Roma

postato da: nevharius alle ore 14:09 | link | commenti
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venerdì, 20 novembre 2009

Ma in fondo cosa mi piace di te?

Ma in fondo

cosa mi piace di te?

 

Mi chiedo.

 

Hai mai scritto

una poesia per me

tu?

 

Hai mai dipinto

un albero su un muro

con il mio nome?

 

Hai mai chiesto

un’indicazione stradale

per venirmi incontro?

 

No, non l’hai mai fatto.

 

Sono venuto al mondo

senza chiederlo,

andrò via

senza volerlo,

nel frattempo

mi guadagno da vivere.

 

 

Mi dispiace disilluderti

ma tutti i versi che scrivo

sono per me.

 

 

Piero Manzoni - Merda d'artista


postato da: nevharius alle ore 16:08 | link | commenti (4)
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giovedì, 19 novembre 2009

C'è un muro tra di noi

 Pensando alla caduta del muro di Berlino, riflettevo sul fatto che il corteggiamento altro non è che il tentativo da parte del corteggiatore di far cadere quel muro che lo separa dalla corteggiata.

 

Buona poesia a tutti gli appassionati o semplici frequentatori del mio blog

 

 

C'E' UN MURO TRA DI NOI

(PER IL VENTENNALE DELLA CADUTA DEL MURO DI BERLINO)

 

C’è un muro

tra di noi.

 

Opaco

dal tuo punto di vista.

Cristallino

dal mio.

 

Tu mi guardi

attraverso delle fessure.

Io come da un vetro.

 

Tu te ne stai tranquilla.

Io sono in guerra

contro il muro.

 

Le mie gentili parole

sono in realtà picconate.

I miei sguardi

pugni insanguinati.

Questa poesia

un colpo di cannone.

 

C’è un muro

tra di noi.

 

Nel 1989

è caduto quello di Berlino

io avevo quattordici anni

tu qualcuno in meno.

 

Stai attenta

ho messo su un esercito

ho convocato la diplomazia internazionale

ho scomodato i vertici della religione.

 

Tutti insieme per far cadere

anche quel muro

tra di noi

 

che a dir il vero

 

è solo

davanti a te.

Lucian Freud

 


postato da: nevharius alle ore 21:00 | link | commenti (2)
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mercoledì, 18 novembre 2009

La mia macchina

Un cliente che non paga

una multa per cinque minuti in divieto di sosta

un capo che pretende troppo da noi

 

ecco

questi sono buoni motivi

per lamentarsi con la vita!

 

 

Un lavoro che non si trova

un’università che facciamola, ma poi?

un contratto sempre a progetto

 

ecco

questi sono buoni motivi

per alzarsi già stressati la mattina!

 

 

Ma per te

cara mia

proprio no!

 

Che senso ha aprire il portafogli

preoccuparsi che è già vuoto

e subito dopo pensare a te?

 

Che senso ha sfogliare i giornali

fingere di essere incazzati con i politici

per nascondere che sto male per te?

 

Che senso ha prendersela con gli immigrati

che si ubriacano e sporcano

solo perché ho il cervello sequestrato da te?

 

Non ha senso.

 

Quindi

cara mia

vedi di toglierti via dai coglioni

altrimenti chiamo le Forze dell’Ordine,

scrivo una lettera al Presidente della Repubblica,

mi metto a pregare il Padre Eterno,

riporto sta cazzo di Terra indietro prima del Big Bang

 

oppure

mi appassiono alla mia automobile

compro riviste sulle auto

la lavo ogni domenica mattina

la smonto per capire come è fatta.

 

Che bella che è la mia macchina!

 

 

Georg Baselitz


postato da: nevharius alle ore 09:47 | link | commenti
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martedì, 17 novembre 2009

Corteggiamento in forma di ritratto contemporaneo

Ho messo dei cecchini sui palazzi

Ho assoldato investigatori privati

Ho pagato i barboni per le strade

 

Stai attenta

Non abbassare mai la guardia

 

Le televisioni sono sotto il mio controllo

gli stupidi varietà e i frivoli telegiornali

lavorano dietro le quinte per me.

 

Quei cretini presentatori radiofonici

che fingono sempre di essere ironici e allegri

smistano seriamente carte sottobanco per me.

 

I politici che vogliono stare vicini alla gente

ma che non capiscono che la gente non vuol

star vicino a loro

sono tetre figure che operano per me.

 

Stai attenta

Non abbassare mai la guardia.

 

L’immigrato che ti vuole vendere l’ombrello

nonostante ci sia ancora il sole

non lo sottovalutare

è pagato da me.

 

Quello che ti vuole porgere una rosa

benché tu cammini da sola

anche lui, cara mia,

è pagato da me.

 

La persona che ti guarda di sbieco

mentre tu sei con la testa china

prova ad indovinare

è pagata da me.

 

Stai attenta

Non abbassare mai la guardia

 

Se oggi sei triste

ma ti sfugge un sorriso

l’ho voluto io.

 

Se oggi è la solita routine

ma ti senti serena

(eh eh)

è opera mia.

  

Stai attenta

Non abbassare la guardia

 

Ho messo sotto sequestro il mondo intero

Il sole, il cielo, i bar, i vigili urbani

Tutti lavorano per me

 

Non prendere mai un taxi

ti porterà da me.

 

Ho messo sotto sequestro il mondo intero

Lo libererò

Quando tu libererai me.

 

 

 

 

 

postato da: nevharius alle ore 11:52 | link | commenti (10)
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lunedì, 16 novembre 2009

Comunicazione di servizio

I miei presunti versi non sono rivolti a nessuno

postato da: nevharius alle ore 18:47 | link | commenti
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Loro ti amano, non io.

Le dita

che scrivono questa poesia

 

i neuroni

che costruiscono pensieri

 

le gambe

che tremano agitate

 

Loro ti amano, non io.

 

Io che c’entro?

 

Faccio colazione

vado in ufficio

sbrigo pratiche

leggo i miei libri

mangio

bevo

esco la sera.

 

Non c’entro niente io.

 

Gli occhi

che ti vedono dappertutto

 

la bocca

che immagina di baciarti

 

le braccia

che sentono il tuo corpo

 

Loro ti amano, non io.

 

Io che c’entro?

 

Io controllo

decido

stabilisco

programmo

razionalizzo.

 

Se dita, neuroni, gambe, occhi, bocca, braccia

vogliono perdere tempo con te

facciano pure

 

tanto io non sono un empirista

la mia libertà è nello spirito.

 

Che poi guardando il mio spirito

mi accorgo somigli a te

non mi preoccupa

è solo una coincidenza.

 

J. Vermeer - Ragazza che legge una lettera


postato da: nevharius alle ore 08:24 | link | commenti
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venerdì, 13 novembre 2009

Finalmente la febbre

Finalmente la febbre.

 

Finalmente a casa

con i miei libri

trasandato

per tutto il giorno sovrappensiero.

 

Con la febbre

nessuno pretende niente da me

 

Non pretendono niente

il traffico della città

le scadenze

io.

 

Vedo un film

scrivo mail agli amici

lavoro ad un saggio.

 

Con la febbre

mi sento sereno.

 

 

Sono stato credibile?

 

Ho mentito

non è vero niente.

 

Io adoro

il traffico

il caos della città

avere mille impegni.

 

Con la febbre

devo fingere di essere preoccupato

dalla temperatura che sale

 

non posso nascondermi

dietro i problemi della quotidianità

 

Con la febbre

sono costretto sotto le coperte

a pensare a te.

 

 

 

Hannah Hoch


postato da: nevharius alle ore 12:57 | link | commenti (3)
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martedì, 10 novembre 2009

Gi. Bo.

Secondo me ti chiami Gi. Bo.


postato da: nevharius alle ore 16:29 | link | commenti (5)
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Dopodomani sono a Milano, capoluogo pugliese.

Roma e Milano condividono la stessa sventura. Entrambe sono amate dai turisti per due tra i monumenti più brutti di Italia, Roma per l’Altare della Patria, Milano per il Duomo. Ma è positivo che i turisti a Roma vaghino come ebeti dall’Altare della Patria a Fontana di Trevi, da Piazza di Spagna a Piazza Navona (passando per il Pantheon), per poi approdare a Piazza San Pietro. A Milano invece vanno dritto per dritto al Duomo. Grazie all’ebetaggine dei turisti posso godermi in santa pace autentiche meraviglie come il Tempietto di San Pietro in Montorio a Roma o come i mosaici paleocristiani di San Lorenzo a Milano. Non spargete la voce, per favore.

 

Dopodomani da Roma parto per Milano. Per la prima volta viaggio in prima classe sul Frecciarossa. E’ chiaro, non pago io. Vado a Milano per futili motivi di lavoro che fortunatamente m’impegneranno solo in mattinata. Il pomeriggio mi aspettano i capolavori di Edward Hopper, il più grande interprete in pittura dei disagi esistenziali dell’uomo contemporaneo occidentale. Poi capatina di rito alla Pinacoteca Brera almeno per ammirare due opere, uno dei dipinti che amo di più in assoluto: La Pietà di Giovanni Bellini e un dipinto dell’artista più affascinante e magnetico della storia dell’arte: la Pala Brera di Piero della Francesca.

 

L’ultima volta che sono stato a Milano mi sono soffermato su due momenti chiave della storia dell’arte medievale. La Chiesa di San Lorenzo e la Basilica di Sant’Ambrogio. Con la prima siamo agli inizi dell’arte medievale (IV-V sec. d.C.) quando ariani e ortodossi avevano visioni diverse sulla natura divina del Cristo. Con la seconda siamo in epoca romanica (XI-XII sec. d.C.) quando in gran parte d’ Europa si condivideva uno stile detto appunto “romanico” fatta eccezione, sembra un paradosso, per Roma in cui dello stile romanico non c’è in pratica nulla.

 

Viaggiare studiando arte è affascinante anche perché sei a Milano ma pensi alle chiese della Puglia. La Basilica di Sant’Ambrogio, ad esempio, è un modello per tante altre chiese romaniche che si trovano soprattutto in Lombardia ma con echi che arrivano appunto anche in Puglia. Viaggiare studiando arte è bello anche perché ti permette di scoprire posti che quasi profumano di mistero come il boschetto di Castelseprio (in provincia di Varese) in cui si trova una piccola chiesetta longobarda che ospita gli affreschi più belli e affascinanti di tutto il medioevo, i quali fanno impazzire gli storici dell’arte per l’impossibilità di essere collocati all’interno di una scuola, di uno stile, di un periodo.

 

Studiare arte mi permette di ammirare, a volte semplicemente osservare, in modo più consapevole e maturo, i segni con cui l’uomo ha lasciato traccia della sua presenza creativa nel mondo e della sua lettura della storia. Ovunque vada, studiare mi permette di pervadere di me i luoghi che incontro e di esserne pervaso, in un dialogo di crescita continua. Gli ebeti turisti invece si aggirano con le loro stupide guide spinti dal desiderio consumistico di vedere e sapere tutto. E pensare che invece una delle cose più belle della passione per l’arte è proprio quella di avere sempre da scoprire ed imparare.

 

 

 

Giovanni Bellini - La Pietà


postato da: nevharius alle ore 00:17 | link | commenti (1)
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sabato, 07 novembre 2009

Una storia bella

non finisce mai.

 

Prova a pesare la tua anima

la troverai in sovrappeso.

 

Ho portato  il mio corpo altrove

tutto il resto l’ho lasciato

dentro di te.

 

Paul Klee - Angelus Novus


postato da: nevharius alle ore 11:39 | link | commenti (2)
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venerdì, 06 novembre 2009

Nella gioia e nel dolore

Amo l'arte perché non mi va di pensare.

Se leggo Dostoevskij o vedo i film di Bresson, se lascio che i miei occhi penetrino i dipinti di Velazquez o il mio cervello respiri davanti alle tele di Burri, è solo perché non mi va di pensare.

Alimento i miei istinti con opere d'arte cinematografiche, letterarie, arichitettoniche, filosofiche e poi lascio che i miei istinti mi guidino per il mondo senza la pesante ed inutile mediazione della ragione. Oggi i miei istinti mi regalano tanta energia e gioia di vivere. Energia e gioia di vivere di assoluta qualità.

Se un giorno sarò disperato avrò la fortuna di potermela prendere con Dostoevskij, Kafka, Platone, Hegel, Tiziano, Fontana, Burri, Kubrick, Bresson. Che tristezza mi fanno invece le persone disperate che se la prendono con la vita, con i genitori, con i propri partner!

Non è importante essere felici o disperati. E' importante che gioia o dolore siano di qualità.

 

Alberto Burri


postato da: nevharius alle ore 10:45 | link | commenti (1)
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sabato, 24 ottobre 2009

IL SEGNO DELLA CROCE, LA CROCE E LA CROCIFISSIONE. DA GALLA PLACIDIA A MEL GIBSON.

Oggi, quando entro in chiesa non faccio più il segno della croce perché un percorso esistenziale, culturale, sociale, mi ha portato a divenire ateo. Però il segno della croce mi affascina.

 

Fare arte, per me, significa trasmettere idee, emozioni, visioni del mondo, attraverso strumenti linguistici che vanno al di là delle formule consolidate del linguaggio comune o del linguaggio accademico. Il segno della croce è un gesto di una profonda dignità artistica. Ogni fedele, facendo il segno della croce, rinuncia alla sua individualità per offrirsi come cristiano a Dio. Il gesto è accompagnato dalla formula che stabilisce quali sono i punti fermi della fede: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La croce è il più importante simbolo del Cristianesimo. Sulla croce è morto Cristo, il Figlio di Dio. La croce è il momento di unione tra noi e il Regno dei Cieli. Noi uomini, per salvarci, abbiamo ucciso sulla croce il nostro Salvatore. Lo abbiamo fatto inconsapevoli, “non sapevamo quello che facevamo”. La crocifissione di Cristo è uno dei passaggi narrativi più straordinari e commoventi della storia della letteratura di ogni tempo. Artisticamente la croce è di una purezza formale assoluta. Il più bel “logo” che sia stato mai inventato nella storia dell’uomo.

 

Dall’Editto di Costantino (313 d.C.) (con il quale si è data libertà ad ognuno di professare il proprio credo religioso, quindi anche ai cristiani) in poi , attorno al simbolo della croce, la Chiesa ha costruito anche la sua storia formale, cioè la storia con cui ha comunicato la forza della fede ai cristiani. Nell'edificare le chiese, alla forma basilicale delle architetture pagane ad unica navata, è stato spesso aggiunto un elemento trasversale, detto transetto, con lo scopo di simulare in pianta il simbolo della croce. Le chiese assumono quindi la forma di una croce.

 

All’inizio la croce è rappresentata senza Gesù crocifisso. Una delle pagine più belle in questo senso, è la croce della volta del (cosiddetto) Mausoleo di Galla Placidia (Ravenna) immersa in un cielo stellato con agli angoli i simboli dei quattro evangelisti (Matteo-l’angelo; Giovanni-l’aquila; Luca-il toro; Marco-il leone). Molto importanti sono le croci gemmate che possiamo vedere nei mosaici dell’abside di Santa Pudenziana o dell’arco trionfale di Santa Maria Maggiore (entrambe le chiese si trovano a Roma). Sono importanti perché danno l’idea di una croce “preziosa” ricca cioè di materiali preziosi. E’ una croce che rimanda alla regalità e alla gloria di Cristo, alla vittoria della vita sulla morte. Perché è importante? Gli schiavi e i delinquenti morivano sulla croce. Che questa sorte fosse toccata al Figlio di Dio, era simbolo di debolezza, “squalificava” la figura del Cristo Signore, poteva allontanare i fedeli invece che avvicinarli. E’ esattamente l’opposto di quello che succede oggi. Mel Gibson, ponendosi in un ideale punto finale di una tradizione che va essenzialmente dal XIII sec. d.C. ai giorni nostri, ha rappresentato un Cristo martoriato per rinvigorire il sentimento religioso.

 

Ma a quei tempi non era così.

 

Solo sul finire del V sec. d. C. (sono ormai passati quasi 200 anni dall’Editto di Costantino) abbiamo testimonianza di una prima crocifissione. L’episodio, in realtà, appare “buffo”. La crocifissione è stata scolpita sulla porta lignea della Basilica di Santa Sabina (Roma). Cosa c’è di buffo? In pratica la croce non si vede. Si capisce che siamo di fronte al Cristo crocifisso con i due ladroni sui lati, ma la croce non si vede. Il Cristo non è sofferente. D’altronde l’immagine del Cristo sofferente, del Cristo morto (Christus patiens) sulla croce, è utilizzata con continuità solo dal XIII sec. d.C. . Se è il Figlio di Dio non può soffrire, se è il Figlio di Dio non può essere morto. Se è il Figlio di Dio non può che trionfare, che essere vivo (Christus triumphans). Tutti gli studenti di arte si sono imbattuti, nel loro percorso di studi, nel confronto tra le croci dipinte di Berlinghiero Berlinghieri (Christus triumphans) dei primi decenni del XIII sec. e quelle successive di Giunta Pisano, di Cimabue e di Giotto (Christus patiens).

 

Christus triumphans e Christus patiens.

La gloria e il martirio. Da sempre questi sono i due termini di ogni propaganda, religiosa o politica. Pensate solo a chi oggi in Italia veicola la propria immagine gloriosa, come il più grande di tutti i tempi, o la propria immagine martirizzata, come il più perseguitato di tutti i tempi.

Nessuno inventa niente.


 

Berlinghiero Berlinghieri


postato da: nevharius alle ore 09:33 | link | commenti (6)
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mercoledì, 21 ottobre 2009

Ubriaco verso l'Arco Di Costantino

Alle due di notte girare per Roma ubriachi, tutto sommato ci sta. Di lunedì notte ci sta un po’ meno. Che alla guida della macchina ci sia io che sono quello più ubriaco di tutti, direi che non ci sta proprio. Però vuoi mettere, guidare ubriaco di notte per Roma intrattenendomi a parlare di arte medievale!

 

Il momento culminante. Da viale Aventino punto verso l’Arco di Costantino. La mia macchina da una parte e l’Arco di Costantino dall’altra, come in un campo e controcampo di quelle sfide presenti nei film di Sergio Leone. L’enorme strada che collega il Circo Massimo all’Arco di Costantino è completamente sgombra. La mia macchina con un faro spento sembra più ubriaca di me. L’Arco di Costantino è lì in lontananza, come un punto di fuga delle mie percezioni visive e mentali.

 

A mano a mano che io, i miei amici e la mia sempre più zozza auto ci avviciniamo al monumento simbolo dell’inizio di un nuovo modo di intendere la forma delle raffigurazioni visive, io mi soffermo (verbalmente) sulla lettura dei rilievi presenti sull’arco. Il tono di voce è simile a quello delle registrazioni di Trenitalia tipo: “grazie per aver scelto Trenitalia”. Grazie di che? Di aver preferito Trenitalia al jet privato?!

 

Commento:

 

L’Arco di Costantino rappresenta una delle più importanti pagine di storia dell’arte. Sul supporto marmoreo è stato assemblato materiale di spoglio (cioè “spogliato” da altri monumenti) di epoche diverse. Quindi si può leggere il contemporaneo fregio (contemporaneo rispetto a quando è stato realizzato l’Arco) in cui c’è l’imperatore Costantino al centro come il pupazzetto più grande perché più importante, in mezzo a tanti pupazzetti, accalcati l’uno sull’altro, sulla destra e sulla sinistra dell’Imperatore. Sopra il fregio ci sono invece dei tondi della vicina età “classica” (risalenti a Traiano, Adriano e Marco Aurelio)  in cui i pupazzi sono però persone vere che dialogano tra di loro e con l’ambiente, che si muovono quindi con armoniosità ed equilibrio in uno spazio vero, naturalistico. Col tempo l’arte medievale ha sempre più assunto i connotati del fregio di Costantino allontanandosi dai canoni classici, fino all’arrivo di Arnolfo di Cambio in scultura e di Giotto in pittura. ”.

 

Sono semplici schematizzazioni ma più o meno è così.

 

Comunque, chi ha realizzato il fregio di Costantino non era interessato a scolpire figure umane vere, forse non era nemmeno in grado di farle, ma di certo non rientrava nei suoi intendimenti. D’altronde anche a mia nipote di sette anni non importa niente di disegnare figure vere dalle proporzioni reali. Nei suoi disegni sua madre e suo padre sono sempre più grandi di tutti e posizionati al centro del disegno. Proprio come Costantino nei fregi dell’Arco e come Gesù e la Madonna in tante raffigurazioni medievali: per secoli sono stati posti sempre al centro, frontali, rigidi, più grandi di tutti.

 

Ho accompagnato i miei amici e sono tornato a casa. Guidare ubriachi è pericoloso, guidare ubriachi con la testa piena di cose belle è affascinante, guidare ubriachi con la testa vuota è inutile.

 

 


postato da: nevharius alle ore 16:24 | link | commenti (1)
categorie: autoritratto
martedì, 20 ottobre 2009

Tu non esisti

 

Tu non esisti.

 

 

Ho controllato in agenda,

il tuo numero non c’è.

 

Ho scritto il tuo nome su un muro,

la parete è rimasta bianca.

 

Ho chiesto informazioni in giro,

nessuno sa niente di te.

 

 

Eppure

ho ammirato centinaia di opere d’arte

e tu eri in ognuna di loro.

 

Ho visto mille film

ne sono sicuro

tu eri lì, in quelle immagini.

 

Ho scritto milioni di parole

e in ciascuna di esse

io vedo il tuo  volto.

 

 

Ho capito.

 

Tu non esisti,

se non dentro di me.

 

 Georg Baselitz


postato da: nevharius alle ore 22:55 | link | commenti (1)
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venerdì, 16 ottobre 2009

ROMA: LE RAGAZZE E I MOSAICI PALEOCRISTIANI

Guardare le ragazze è ormai un’attività che faccio inconsapevolmente. E’ una condizione preliminare a qualunque cosa svolgo. Non è più un guardare ma un pre-guardare. Che visiti una chiesa, che assista ad una mostra, che stia in ufficio, che passeggi per Roma, che beva una birra in un locale, che mi metta in disparte ad una festa, che segua una lezione all’università, che chiacchieri con un amico, che goda di un bel concerto, che guardi un film al cinema, c’è sempre una parte di me che focalizza l'attenzione sulle ragazze.

Non so se sia una piacevole nota naturale o il risultato di un’educazione cattolica improntata a convincermi che avrei dovuto ricercare una e una sola donna, quella della vita. Mi conforta che su questo dilemma Fellini ha realizzato uno dei più grandi capolavori cinematografici di tutti i tempi: Otto e mezzo.

La mia vita è un’opera cubista. L’ufficio, l’università, la passione per l’arte, il cinema. Non ho mai imparato a suddividere le mie giornate in due semplici blocchi, il lavoro e gli hobby. Mi può capitare che all’interno della stessa giornata faccio il docente per lavoro e il discente all’università.

Non vedo mai un film solo come momento di svago. A dir il vero, non sono capace di far niente come semplice svago. Qualunque cosa faccia mi chiedo sempre il perché, se ha senso, se sia sostanzialmente bella. La sera, prima di addormentarmi, mi interrogo sulla qualità della giornata appena passata. (Da bambino mi chiedevo se avessi commesso qualche peccato). Ho il terrore di far passare il tempo senza che mi sia arricchito in qualche modo.

Quando penso alla mia vita cubista, quando guardo dall’esterno i frammenti della mia vita, cerco di indagare gli elementi di continuità. Un elemento di continuità è guardare le ragazze. Un altro elemento di continuità, come dicevo, è l’interrogarmi sempre sull’importanza di quello che faccio.

Che importanza ha girare per Roma alla ricerca dei mosaici paleocristiani? Molti chiudono il discorso dicendo: “Beh, ti piace farlo. Tutto qui.”

Tutto qui un bel niente. Perché ho questa passione? Perché i mosaici sono oggetto di studio nelle scuole e il calcio no?

Nella mia testa i mosaici paleocristiani di Roma sono uno dietro l’altro in ordine temporale. I primi mosaici che ho in mente sono quelli straordinari di fine IV sec. del Mausoleo di Santa Costanza, del Battistero Lateranense, di Santa Pudenziana. Quelli di Santa Costanza sono i più suggestivi perché più di altri mostrano come i simboli pagani si fossero “cristianizzati”: il pastore era diventato Gesù, l’uva il simbolo del sangue eucaristico, e così via.  Quindi penso a quelli del V sec. nella navata di Santa Maria Maggiore, ed infine a quelli del VI sec. presenti in SS. Cosma e Damiano. I mosaici absidali di SS. Cosma e Damiano mi fanno venire in mente le differenze e le continuità con quelli absidali di Santa Pudenziana. Più classici, naturalistici, “occidentali” quelli di Santa Pudenziana, già maggiormente rigidi, monumentali, astratti, “orientali” (bizantini) quelli di SS. Cosma e Damiano, nonostante alcuni aspetti figurativi comuni. Sembra che i mosaici “occidentali” di Santa Pudenziana si siano trasformati, “orientalizzati” in quelli di SS. Cosma e Damiano.

Mentre rifletto su queste cose, dentro di me ho le emozioni della stupenda passeggiata che di tanto in tanto faccio dalla Chiesa di Santa Pudenziana in via Urbana verso via dei Fori Imperiali dove si trovano i mosaici di SS. Cosma e Damiano. Quando percorro via Urbana mi sembra di attraversare un secolo di storia, è come se anche i miei occhi fossero pronti ad “orientalizzarsi”. E mentre  mi dirigo da un posto all’altro penso allo stupendo ed imponente mosaico pavimentale della Basilica di Aquileia (sempre del IV sec.), città dell’estremo nord-est di Italia. Ecco, cammino per via Urbana ma sono anche nel nord-est di Italia. E quando sono stato ad Aquileia mi sentivo anche in via Urbana. Inoltre, pensando a quelle zone del nord-est italiano mi vengono in mente le terribili vicende della Prima Guerra Mondiale. Proprio nella Basilica di Aquileia è stato scelto il corpo del soldato non identificato (simbolo delle migliaia di "miiti ignoti"), condotto da Aquileia al Vittoriano a Roma. Infine immagino mio nonno combattere in quelle terre, immagino mio nonno lì sul Piave a difendere l’Italia. Di ritorno a Venosa mio nonno ha insegnato a mia madre a cantare : “Il Piave mormorò: non passa lo straniero!”. Mia madre ricorda ancora questo canto.

Ovviamente mentre penso tutte queste cose, guardo le ragazze le quali fanno da impianto scenografico ai miei pensieri.

 

 File:Mausoleo di santa costanza, mosaici 03.jpg

mosaici della volta del Musoleo di Santa Costanza


postato da: nevharius alle ore 11:28 | link | commenti (1)
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domenica, 11 ottobre 2009

Le Madonne con Bambino e i "tagli" di Fontana. Riflessioni sulla cosiddetta Arte Contemporanea.

Gli studenti universitari di storia dell’arte spesso amano molto più l’arte contemporanea rispetto a quella del passato. Chi non studia storia dell’arte invece è spesso molto scettico nei confronti dei lavori  di arte contemporanea. In genere lo scetticismo assume la forma di una domanda e di un’affermazione. La domanda: “Che significa quest’opera?”. L’affermazione: “Questo lo so fare pure io!”.  

La domanda e l’affermazione presuppongono quindi che chi fruisce l’arte ritiene che artista sia colui che realizza opere che significano qualcosa e che abbia capacità tecniche fuori dall’ordinario.

Una Madonna con Bambino di Raffaello ha lo stesso significato di tante altre rappresentazioni della Vergine Maria con suo Figlio. Il significato è codificato altrove. Quindi in questo caso non diamo importanza al contenuto ma solo al modo in cui quel contenuto viene formulato, cioè diamo importanza alla forma. A Raffaello riconosciamo competenze tecniche superiori, fuori dall’ordinario. Anche nel caso delle fotografie di ricevimenti nuziali si giudica il valore artistico dell’autore sulla base delle capacità tecniche che si esprimono imprimendo una certa forma e non su quello del significato.

Ho usato esplicitamente “significato” come sinonimo di “contenuto” ed implicitamente ho usato “contenuto” come “soggetto”. Cioè, cosa significa una Madonna con il Bambino? Il significato è il suo contenuto: la Madonna col Bambino. E la Madonna con il Bambino altro non è che il soggetto.

In realtà la Madonna con il Bambino dopo il concilio di Efeso del 431 d.C. con il quale si è decretata la natura divina di Maria, ha assunto un significato molto forte: la Madonna è una figura divina. Oggi diamo per scontato che la Vergine Maria sia da considerare una figura divina. Alla Madonna rivolgiamo forse la preghiera più importante dopo il Padre Nostro, vale a dire, l’Ave Maria. L’Ave Maria è divisa in due parti. La prima parte si trova nell’evangelario di Luca (Lc 1,28), (Lc 1,42), la seconda parte è stata aggiunta dalla Chiesa. Nel Vangelo di Luca l’Ave Maria non è una preghiera ma si tratta delle parole con cui l’Arcangelo Gabriele saluta Maria nel momento in cui Le annuncia che in grembo porterà il Figlio di Dio e delle parole con cui Elisabetta si rivolge a Maria durante la Visita. Solo nel XI secolo ci sono le prime testimonianze che la prima parte dell’attuale Ave Maria fosse insegnata ai fedeli come preghiera a sé stante.  Nel 1568 invece, con l’aggiunta della seconda parte, si ha la preghiera dell’Ave Maria come la conosciamo oggi.

Quindi oggi il significato di una Madonna col Bambino è solo nel soggetto, appunto la Madonna col Bambino, in quanto il fatto che si tratti di due figure divine fa ormai parte della nostra cultura. In passato invece la raffigurazione della Madonna col Bambino rimandava anche alla divinità delle due figure rappresentate, cioè significava quella divinità.

Inoltre, se all’interno della raffigurazione di una Madonna col Bambino c’è anche l’uva, sappiamo che l’uva è il simbolo del sangue eucaristico, cioè sappiamo che l’uva significa il sangue eucaristico. In questo caso soggetto e significato sono due cose diverse ma direttamente ed univocamente  collegati tra di loro.

Di fronte a un “taglio” di Fontana (ho virgolettato perché quelle opere non si chiamano “tagli” ma “Concetti spaziali – Attese” ) il fruitore si chiede che significato abbia ed esclama: “Lo so fare pure io!”.  Rispetto alla Madonna col Bambino è evidente che il significato non è nel soggetto ma non è nemmeno in un concetto iconografcamente definito come nel caso dell’uva, in quanto non c’è un collegamento univoco e diretto tra il taglio ed il concetto a cui rimanda. In realtà in parte tale collegamento c’è perché Fontana ci ha lasciato alcuni testi scritti ma in parte lo ricostruiamo. Il fascino però sta proprio in questo. Il “taglio” di Fontana è uno strumento visivo utile ad esprimere concetti. I critici, gli artisti, gli studenti, ma credo anche molti semplici fruitori, rimangono affascinati da quei “tagli” e cominciano ad ipotizzare una serie di significati. Quelle ipotesi di significato altro non sono che dei concetti formulati a partire dall’opera di Fontana. Cioè l’opera è un efficace strumento visivo per esprimere concetti. Il taglio di Fontana è un concetto visivo. Come d'altronde lo è il monolite di 2001: Odissea nello spazio.

Tutto ciò può ancora apparire assurdo e complicato ma focalizziamo l’attenzione sul nostro bagaglio linguistico per dipanare le perplessità. Nel linguaggio comune noi utilizziamo tutta una serie di espressioni che legano il mondo dei concetti, del pensiero a quello della vista. Noi diciamo ad esempio “punto di vista”, “il modo di vedere le cose”, “la propria visione del mondo”. Queste espressioni rimandano al mondo dei concetti, dei pensieri. “Punto di vista” significa “come la si pensa su un certo argomento”. Questo mi fa pensare che alle radici della nostra cultura “pensare con gli occhi” fosse una cosa molto forte, un’urgenza molto sentita. Ecco, molta arte contemporanea ci invita a pensare con lo sguardo, molta arte contemporanea ci offre una serie di concetti visivi per veicolare con maggiore efficacia dei pensieri.

Ed è questo il motivo fondamentale per cui molti studenti e studiosi amano l’arte contemporanea. L’arte contemporanea non ha significati congelati ma offre opportunità visive per leggere l’uomo contemporaneo e il contesto in cui vive.

Quanto all’espressione “questo lo so fare pure io!”, la risposta è molto semplice: “e chi se ne frega!”.

 

Lucio Fontana - Concetto spaziale, Attese


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lunedì, 05 ottobre 2009

Le guerre e il calcio

L’uomo non è progredito nel corso dei secoli. Non appena una delle scimmie di 2001: Odissea nello spazio ha scoperto che poteva usare l'osso come arma, ha scatenato una battaglia di territorio tra il suo ed un altro gruppo. Non appena gli uomini di potere sono stati dotati di caccia bombardieri, sommergibili, mitragliatrici, gas tossici e bombe di ogni tipo, hanno scatenato due guerre mondiali con un totale di una sessantina di milioni di morti. Oggigiorno si continuano a fare guerre per l’approvvigionamento di risorse a prezzi competitivi e per la possibilità di avere mercati dove esportare. Alcune volte s’interviene direttamente, altre volte si finanziano le guerriglie, altre volte ancora si alimentano colpi di stato, ma l’obiettivo è sempre lo stesso.

Riflettendo sui valori di pace. L’integrazione tra culture diverse è ancora un valore lontano dall’essere assimilato. Inoltre, che siamo cristianamente tutti fratelli a prescindere dal censo, dalla posizione sociale o dal luogo di nascita, è un messaggio che, secondo me, non raccontano nemmeno più nelle parrocchie. D'altronde ai fedeli interessa se un santo ha fatto o meno miracoli e non cosa ha predicato durante la sua esistenza.

Come potrebbe l'economia risolvere il problema della pace? Se il mercato globale trova un equilibrio tale per cui tutti godiamo di un certo benessere e grazie al quale merci e denaro viaggiano da una parte all’altra senza dover ricorrere alle armi, allora il mondo conquista la pace. Ma la frase che ho appena scritto non può che suscitare il riso di chi legge. Non ci crede nessuno.

Gli interessi economici sono poi amplificati da un’altra componente umana: l’aggressività. Gli uomini sentono l’esigenza di pestarsi (con pugni o armi) per la volontà di potenza, cioè per la volontà di prevalere gli uni sugli altri.

Il calcio mi dà speranza in questo senso. I tifosi sono aggressivi quando tifano con ardore per la loro squadra e quando sfottono i tifosi avversari. Ma fin qui il tifo calcistico è un buon contenitore per l’aggressività umana. Nel momento in cui tifiamo contro qualcuno o addirittura arriviamo a pestarci, il tifo calcistico sconfina nell’inciviltà. Ma se riuscissimo a tenere il tifo calcistico nei limiti della civiltà, allora l’aggressività del tifoso potrebbe essere un ottimo antidoto contro l’aggressività che porta gli uomini a sentire il desiderio di pestarsi per prevalere. Combatto (cioè tifo) affinché io (cioè la mia squadra) prevalga sul mio amico (cioè sulla squadra a cui tiene il mio amico).

E’ vero, spesso nelle curve degli stadi s'intonano cori razzisti o si lanciano offese politiche. Questo succede perché l’aggressività deborda, cioè non è del tutto contenuta nel tifo calcistico. Ma secondo me, bisogna lavorare per smussare queste situazioni riportando l'aggressività totalmente all’interno dei contorni del tifo calcistico.

Quindi riempirei ancor più il mondo di calcio e di tutti gli altri sport. D’altronde in tanti pensano che uno dei motivi per cui in Italia il giorno dell’attentato a Togliatti non si sia arrivati alla guerra civile è stata la vittoria di Bartali al Tour de France che ha, come dire, “distratto” gli italiani. Ed ho saputo che sotto sotto, durante i mondiali di calcio, pure i leghisti sono contenti se l’Italia vince.

Per quanto riguarda il problema degli interessi economici quali causa prima di tutte le guerre, non ho una soluzione. Fino a quando la propaganda dei paesi più ricchi è quella che qualora ci fosse il libero mercato dappertutto, nel mondo regnerebbe la pace, io non ho soluzioni. Però penso che se palestinesi e israeliani fossero entrambi accontentati nei loro interessi economici, tutti gli altri loro problemi potrebbero essere risolti con uno stadio e due squadre di calcio.

 

 Jean Dubuffet

Jean Dubuffet


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mercoledì, 30 settembre 2009

Io, il leghista e l'apostolo Pietro

Le discussioni sui calci di rigore mi hanno sempre affascinato perché l’argomento del contenzioso è chiaro: c’è o non c’è il calcio di rigore.

Se io e un leghista discutiamo di immigrazione molto probabilmente non ci troviamo d’accordo su niente, ma a pensarci bene su cosa stiamo discutendo? E’ chiaro l’argomento della discussione? Magari ci troviamo a discutere su specifici aspetti che riguardano l’immigrazione quali la sicurezza, la mancanza di lavoro, l’integrazione e così via. Ma raramente si discute di immigrazione in sé e cioè, a prescindere da tutte le problematiche, siamo favorevoli o meno ad un modello di società in cui ognuno è libero di vivere dove gli pare? Oppure inseriamo una prima problematica, se io non sopravvivo o vivo male nel luogo in cui mi trovo, sono libero di provare a sopravvivere o a vivere meglio in un altro luogo?

Di questo soprattutto dovremmo discutere io e il leghista. Molto probabilmente verrebbe fuori che abbiamo due modelli di società diversi. E' inutile quindi che discutiamo di sicurezza e di altro, dobbiamo entrambi “combattere” per il modello di società in cui ci piacerebbe vivere.

Se i discorsi si portassero alle loro radici verremmo obbligati a discutere sull’essenza del sistema in cui viviamo, sui modelli che lo fondano e non sui suoi effetti.

Ammettiamo ad esempio che sia vero che gli immigrati tolgono lavoro agli italiani. Sembra evidente che se io sono italiano debba pretendere che il lavoro spetti a me prima che all’immigrato. Ma un cristiano, per il modello di società in cui crede, può accettare un discorso del genere?

Il cristianesimo si fonda sul principio: siamo tutti fratelli perché tutti figli di Dio.

Quando l’apostolo Pietro andò a Roma a predicare che eravamo tutti fratelli, e cioè che non bisognava fare distinzioni di nazionalità, di ricchezza, di stato sociale ecc. , i romani non l’hanno presa molto bene e gli hanno detto: magari siamo pure tutti fratelli ma intanto tu sta cosa non la dici più perché ti crocifiggiamo. Stessa sorte toccò a Paolo in un luogo non tanto lontano da quello del martirio di Pietro. Questo perché la morale del "siamo tutti fratelli" è una roba che può far cadere gli imperi. Ed infatti si dice che una delle cause della caduta dell’impero romano sia proprio da attribuire al cristianesimo. Chi gestisce un impero, chi gestisce il potere non gradisce il concetto che siamo tutti fratelli, è destabilizzante. Ma martiri e persecuzioni rendevano ancor più persuasivo l'idea che siamo tutti fratelli. Ed ecco quindi Costantino cambiare politica rispetto ai suoi predecessori. La letteratura ci ha tramandato l’immagine di un Costantino che si è convertito al cristianesimo prima della battaglia per il potere contro Massenzio perché Dio in sogno gli ha profetizzato la vittoria.  Ma un Dio che predice vittorie in battaglia sembra più simile a Giove che non al Dio dei cristiani. Per molti storici Costantino si è convertito al cristianesimo forse solo in punto di morte (come farò io d'altronde).

Costantino in realtà, correndo ai ripari, rese il cristianesimo una religione libera, diede ai cristiani chiese,  ai vescovi poteri, ed infine il cristianesimo venne imposto come unica religione dell'impero. Molto probabilmente Costantino e i suoi successori fecero ciò per controllare il fenomeno cristiano o a quel punto, addirittura per usarlo. Il che funzionò perché da allora in avanti le istituzioni cristiane hanno cominciato a moltiplicare i loro principi (molti sulla sfera sessuale) facendo di tutto per far dimenticare che siamo tutti fratelli.  Se la gente prima seguiva Pietro perché predicava che siamo tutti fratelli, oggi segue Padre Pio perché fa i miracoli. E lì dove è stato crocifisso il povero Pietro oggi sorge uno Stato con un Capo non eletto democraticamente.

 

 

Piero della Francesca - Il sogno di Costantino
 

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venerdì, 25 settembre 2009

Gli esperti sono un'arma nelle mani dello status quo

Il mondo contemporaneo è segmentato come un negozio di libri. Ogni segmento ha i suoi esperti. Politica e politologi, cinema e cinefili, medicina e Professori, letteratura e critici letterari, società e sociologi, economia ed economisti, cibo e cuochi, tempo e metereologi, sesso e sessuologi.

Nella cultura popolare televisivizzata, una volta, la figura dell’esperto era incarnata dal telegiornale. “L’ha detto il telegiornale”.  Poi assuefatto dal presunto potere di verità dei telegiornali, il popolo televisivizzato ha preteso di più e così la televisione ha cominciato a pullulare di esperti. In genere l’esperto, quello vero, non si scomoda mai da casa sua o dal suo luogo di lavoro. In quanto esperto, è la TV che va da lui. Ecco spiegati i collegamenti esterni con l’esperto. Inoltre, inserito nel suo luogo di lavoro e tra gli attrezzi del suo lavoro, l’esperto è ancora più credibile.

Conosco persone che anche se c’è il sole non escono di casa perché “il tempo” prevede pioggia.

In realtà se lasciate che gli esperti si confrontino tra di loro, in rari casi li troverete d’accordo su qualcosa. Però al popolo televisivizzato si fa bere tutto. Deve bere tutto. Gli unici confronti televisivi sono quelli tra i politici di governo e quelli di opposizione, i quali per darsi arie da esperti ogni tanto parlano di PIL e tirano fuori qualche percentuale. Le percentuali sì che danno un’aria di scientificità. Funzionano. Se le usi sei un esperto.

Le percentuali. Se da 2 si passa a 4 c’è un aumento del 100%. Se da 4 si passa a 2 c’è un decremento del 50%. Belle le percentuali! Sono una cosa molto seria! Ancora. Se io ho 100 euro sul mio conto corrente e in un anno ne aggiungo altri 100 ho incrementato il mio conto del 100%. Se invece uno ha 100 milioni di euro e in un anno aggiunge 1 milione di euro, poverino, ha incrementato solo dell’1% il suo conto corrente.

Se c’è una crisi economica e l’esperto dice che ci sarà la ripresa, chi sono io per non credergli. In tal modo gli esperti danno senso ad ognuno dei segmenti, ed in ultima analisi conferiscono senso alla realtà nel suo complesso. Inoltre se c’è un esperto che si occupa di qualcosa significa che questo qualcosa è una cosa seria e non può che andare così. Siccome tutta la realtà è suddivisa in segmenti supervisionati da esperti, tutta la realtà diventa necessaria e razionale. E’ la versione del XX secolo del pensiero hegeliano: il reale è razionale perché c’è l’esperto che garantisce.

Ma vorrei riportare alla memoria di chi sta leggendo, una versione casareccia del principio di indeterminazione (è una cosa scientifica, quindi la dovete prendere per buona): ogni esperto guarda con i suoi occhi. Già decidere di studiare alcuni aspetti di un segmento invece di altri è un guardare e non il guardare, già di per sé aver suddiviso la realtà in certi segmenti, è un guardare e non il guardare.

Io penso che ogni società ha la sua ideologia di fondo, ideologia che non è suddivisibile in segmenti ma che  traccia il minimo comune multiplo delle tante esperienze, dei tanti segmenti.

Purtroppo oggi gli esperti, invece di far emergere le criticità e le contraddizioni dei loro saperi, invece di smascherare l’ideologia della società in cui viviamo per permetterci di crescere in modo più consapevole e maturo, sono un’arma nelle mani dello status quo.

 

Full Metal Jacket


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domenica, 13 settembre 2009

DISSERTAZIONI SUL CORPO. SOPRATTUTTO QUELLO FEMMINILE.

Le spiagge sono il trionfo dell’ipocrisia borghese. Le persone si svestono come Adamo ed Eva nel Giardino del Paradiso, prima del peccato originale, ma coprono le parti cosiddette intime come Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, dopo il peccato originale. Lo spettacolo già ipocrita in spiaggia, diventa desolante quando uomini e donne, nudi, incontrandosi per avere rapporti sessuali, devono prendere vicendevolmente atto di quanto fanno schifo quelle macchie bianche, non dipinte dal sole, sui loro corpi abbronzati e maleodoranti.

Le spiagge sono anche il trionfo di un senso dell’estetica alquanto discutibile. Donne con un colore della carnagione chiaro, spesso molto bello e sensuale, ricoprono il loro corpo con quel colore dorato-cacarella per inseguire un modello di bellezza assurdo. Mai nessun pittore ha dipinto Veneri abbronzate, solo Veneri bianche o nere. Io ritengo che solo chi ha un colore olivastro dovrebbe abbronzarsi per rendere più vivo ed intenso il colore della pelle, per il resto meglio godersi  la frescura dell’ombra.

Questi rapporti perversi di libertà e repressione, di bellezza e cattivo gusto, sono rappresentativi di un mondo, il nostro, abituato a subire modelli dall’alto.

Quanto è importante il nostro corpo? Tanto, tantissimo. Noi lo riduciamo però, da una parte, ad un campo di battaglia su cui riversare i nostri gusti estetici improntati ad un decorativismo senza storia, dall’altra, ad un luogo nemico contro cui sfogare una morale repressiva ereditata dalla storia. Una diversa prospettiva la si ha solo nel momento in cui il corpo si ammala.

Gli artisti del secolo scorso hanno provato a farci vivere e vedere il corpo da angolature diverse. Solo a titolo d’esempio, si pensi ai corpi spigolosi, geometrici, cubisti, delle prostitute di Les demoiselles d’Avignon di Picasso o ai nudi femminili carichi di angoscia e di umanità di Schiele. Ma si pensi anche agli artisti che negli anni 60, ancora prima del 68, pur di riportare l’attenzione sul corpo, sulle sue verità negate da una società che esalta il corpo solo come oggetto di consumo o lo annulla in nome di una spiritualità astratta, hanno sentito l’esigenza di non dipingere più corpi veri ma di usare i loro stessi corpi come luogo di pittura o di rappresentazione artistica.

Ma le nostre menti e i nostri occhi continuano a rimanere chiusi. Inorridiamo se pensiamo alle donne musulmane imprigionate dai talebani nel burqa ma ci siamo abituati a vedere in televisione  l’orrore di corpi femminili sempre più nudi, vicino a conduttori in giacca e cravatta, utilizzati come elementi scenografici che devono servire da modelli irraggiungibili per i desideri sociali delle telespettatrici e per i desideri erotici dei telespettatori.

Un film che io adoro, Eyes Wide Shut, è un trattato su come la cultura contemporanea intende e vive il corpo femminile. Mi viene in mente, nelle prime scene del film, quando Bill e Alice sono nella stanza da bagno per gli ultimi aggiustamenti prima di uscire. Alice chiede a Bill come sta. Bill le dice che sta benissimo senza nemmeno guardarla. Alice si risente. Quella scena, vista come tassello di un film fortemente incentrato sui temi del corpo e dello sguardo, è emblematica di quanto gli uomini e le donne si guardino poco. Bisognerebbe guardarsi di più, parlare di più dei nostri corpi, esplorarci a prescindere dai massaggi anti-stress, dalle carezze affettuose o dai preliminari (espressione orribile) erotici.

Ma non voglio apparire come quei sapienti della vita che, ritenendo di carpire i segreti  annidati nelle pieghe dell’animo umano, si sentono autorizzati a dare consigli su tutto. Ho parlato  del corpo e del dialogo tra i corpi solamente per affrontare sotto un nuovo punto di vista, un tema a me caro, quello della realtà che si forma dal basso. In sostanza, io penso che il confronto, il dialogo, lo studio, l’approfondimento (anche dei nostri corpi) siano gli unici antidoti contro un mondo che vuole catapultarci ogni cosa dall’alto e costituiscano invece le uniche possibilità per una realtà vera ed autentica che si costruisce dal basso.

 

I know who the fuck you are da Newbrigand.

I know who the fuck you are - Newbrigand

http://www.flickr.com/photos/newbrigand/3865190004/


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venerdì, 04 settembre 2009

L’ORRORE DELLE TAVOLATE ESTIVE, LE BELLE CONVERSAZIONI CON MAURO E L’IMPORTANZA DELLE INIZIATIVE DI ANTONELLO FARETTA

Non c’è niente di bello nei pranzi estivi con i parenti. Si raccontano sempre gli stessi aneddoti triti e ritriti. Poi puntualmente si arriva a discutere, in termini scandalosamente banali e superficiali, di immigrati e di sicurezza. Le case degli italiani si trasformano in piccoli TG4 e si fa davvero fatica a trovare spiragli di luce.

Agli italiani interessano soprattutto reati quali scippi, violenze sessuali, furti nelle case, che ritengono siano commessi solo da immigrati. Da qui poi i banchettanti estivi si arrischiano in discorsi di una superficialità disarmante sui comportamenti e sui modi di essere degli immigrati.

Mi chiedo. Come si fa a parlare di esseri umani in modo banale? Come si fa ad etichettare modi di vivere e di pensare formatisi nella storia? E poi da quale pulpito parliamo? Da quello di noi occidentali che per mantenere e difendere il nostro benessere esportiamo ovunque armi, droga, sostegni politici a dittatori e il nostro caro, democratico e civile modello di vita?

La mia verità. Vivendo a Venosa vedo tanti immigrati vivere e lavorare in condizioni di disagio. Vivendo a Roma vedo tanti immigrati tenere in piedi il tessuto sociale della città in quanto accudiscono bambini ed anziani.

Fortunatamente nei discorsi estivi capita anche di conoscere cose interessanti. Ad esempio ho scoperto che a Venosa prima dell'attuale cinema costruito negli anni '50 c’era già negli anni '30 una piccola sala cinematografica.

A proposito di cinema, le più belle conversazioni dell’estate le ho fatte con il mio nuovo amico Mauro. Perché nuovo. Durante la primavera scorsa mi è capitato di vedere un mediometraggio realizzato interamente da lui (come regista, interprete e montatore), con il supporto giocoso di alcuni amici. Mi sono letteralmente innamorato del suo film, ho quindi recuperato i suoi recapiti ed abbiamo cominciato ad intrattenere conversazioni telefoniche e per iscritto via e-mail. Da un anno  Mauro vive in Lussemburgo dove lavora come pizzaiolo. Ad agosto è tornato a Venosa per le vacanze estive. Abbiamo passato tante giornate insieme discutendo di cinema. Conversare con me lo ha reso felice perché in passato non ha mai avuto modo di condividere con altri la sua passione per il cinema. Per quanto riguarda me, è difficile che trovi interesse nel sentire parlare qualcuno di cinema in quanto ritengo interessanti solo le cose che penso io. Ma sentire Mauro disquisire su “Stalker” di Tarkovski o sul “Pasto nudo” di Cronenberg è stata un’esperienza ai limiti della commozione perché lui ha una sensibilità estetica e un senso della narrazione straordinari.  

Mauro ha ventitré anni e coltiva la passione per il cinema sin da bambino quando saccheggiava la videoteca vicino casa sua. Come tanti noi cinefili è poi cresciuto con Fuori Orario. Mi ha raccontato che lui nel fine settimana, di sera, lasciava gli amici, prendeva un caffè e rimaneva tutta la notte a vedere i film proposti da Ghezzi.  Forse Mauro è uno dei pochi che cerca di capire cosa dice Ghezzi al punto da non aver potuto perdere l’incontro tenutosi a Potenza qualche anno fa tra Ghezzi e il regista russo Artur Aristakisyan. Quell’incontro è stato organizzato dal Direttore Artistico del Potenza Film Festival, Antonello Faretta, altra straordinaria persona che ho conosciuto quest’estate. Mauro per caso o per destino, ha avuto modo di chiacchierare, tramite l’interprete, con  Aristakisyan. Ha molto apprezzato l’iniziativa di Faretta visto che mi ha raccontato di quell’incontro e dei film di Aristakisyan ancora con un groppo alla gola per l’emozione.

Da qualche giorno sono tornato a Roma. Mauro è tornato invece in Lussemburgo portando con sé mezza valigia piena di oggetti e capi d’abbigliamento che gli occorrono per girare il suo nuovo film.

Cos’altro dire? L’estate è andata bene. In questi mesi riprendo a lavorare, a studiare, a vedere film. A dicembre mi tufferò nelle cinque giornate del Potenza Film Festival. Ma già penso all’estate prossima in cui con Mauro realizzeremo un cortometraggio. Non vedo l’ora.

 

Immagine tratta da Palms di A. Aristakisyan


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venerdì, 14 agosto 2009

Quest'estate non sono andato a Barcellona

Quest’estate non sono andato a Barcellona. Nemmeno l’estate scorsa. Credo che non ci andrò l’anno prossimo. Ho girato invece la Puglia alla ricerca del romanico-pugliese, percorrendola in lungo e in largo, dalla Capitanata alle Terre d’Otranto, o come direbbero i vacanzieri dal Gargano al Salento.

E’ un anno che giro l’Italia per approfondire attraverso testimonianze visive i miei studi di arte medievale. Studiare arte medievale mi procura tante soddisfazioni. Soddisfazioni pratiche come quando parto la domenica mattina del 9 agosto da Monte Sant’Angelo in direzione Foggia per vedere nelle campagne sipontine vicino Manfredonia gioielli quali la Basilica di Santa Maria Maggiore o l'Abbazia di San Leonardo, ed invece in direzione opposta verso le spiagge del Gargano le automobili e le persone che ci sono dentro, soffocano nel traffico. O soddisfazioni come quella di godere, le mattine dell’11 e del 12, della luce e del sole di Ostuni ed Otranto, della straordinaria bellezza della facciata della Cattedrale di Ostuni e dell’immenso fascino del pavimento musivo della Cattedrale di Otranto, mentre la gente si accalca sulle spiagge per abbronzarsi ignara del fatto che mai nessun pittore ha dipinto una Venere Abbronzata, solo Veneri Bianche o Nere.

Parentesi. L’aspetto più brutto, invece, di quando si studia arte medievale, è dover incrociare gli appassionati delle storie sui templari. Chiusa parentesi.

La mia quattro giorni in giro per la Puglia è cominciata il pomeriggio dell’8. Come prima tappa la città di Troia. La Cattedrale era chiusa ma la bellezza e l’importanza storico-artistica della chiesa sono tutte nella facciata. Uno studente di storia dell’arte come me, rimane affascinato nel leggere sulla facciata elementi del romanico-pisano, della roma d’oriente (cioè dell’arte bizantina), della scuola locale. Chiunque invece non può che rimanere sbigottito osservando il meraviglioso rosone che, realizzato con la tecnica del traforo, appare come una gigantesca opera di ricamo. Monte Sant’Angelo lo si raggiunge dopo aver percorso un’infinità di curve che ti portano su su in cima al punto più alto del Gargano. I numerosi fedeli (che immagino facciano prima tappa nella vicina San Giovanni Rotondo) si soffermano nella suggestiva e mistica grotta della Chiesa dell’Arcangelo San Michele, io invece sono rimasto meravigliato soprattutto dal bassorilievo della porta d’ingresso del Battistero che si trova vicino la Basilica di San Michele. Il Bassorilievo è suddiviso in due fasce. In quella inferiore c’è l’incantevole interpretazione longobarda della cattura di Cristo. Cristo e il soldato che lo cattura sono due piccoli pupazzi, la mano del soldato che afferra il braccio di Cristo e il braccio stesso, sono invece ingigantiti perché i longobardi non si perdevano in chiacchiere: se c’era da far vedere la cattura bisognava “zoomare” sul particolare fisico di tale evento cercando lì l’aspetto emotivo e non indugiando, ad esempio, sull’espressività del volto di Gesù.

Nuova parentesi. Monte sant’Angelo è un paese con tante case bianche. Come Otranto, Ostuni, Peschici, Alberobello ecc. ecc. ecc. . I paesi bianchi non sono una caratteristica estetica particolarmente originale. Chiusa nuova parentesi.

Il romanico-pugliese nella zona di Bari è diverso da quello della Capitanata. I turisti più attenti si chiedono come mai sia la Basilica di san Nicola di Bari che la Cattedrale di Barletta hanno la zona absidale, cioè la parte di dietro, orientate verso il mare. Ci si aspetterebbe infatti di vedere la facciata orientata verso il mare come effetto scenico di maggiore suggestione. Anche vedendo il duomo di Lecce ci si chiede come mai non è stata realizzata la facciata verso la piazza. Oppure entrando ad Ostuni ci si chiede come mai ci sia stato così tanto spreco di energie nel disegnare un rosone e una facciata così ricca anche sul lato della cattedrale che dà verso il paese, non si poteva orientare direttamente la chiesa con la facciata principale verso il paese? La risposta è semplice. Basiliche, Duomi e Cattedrali, cioè le Chiese più importanti della città, hanno la zona absidale, cioè la parte della chiesa al cui interno si trova l’altare ( presbiterio), ad Est dove sorge il sole. Gesù quindi si trova dove sorge il sole e spesso nella parte interna della facciata principale (controfacciata) veniva realizzato il Giudizio Universale. Si comincia ad est con Cristo, con il sorgere del Sole e si finisce ad Ovest, con il tramonto del Sole, quindi con il Giudizio Finale. A Barletta è curioso vedere come la Cattedrale abbia i tetti realizzati con le chiancarelle, cioè la tipica pietra locale con cui sono realizzati anche i trulli di Alberobello. Ma basta. Non voglio tediarvi ulteriormente.

Chiudo con un consiglio. Chi va in vacanza nel Salento faccia un fioretto. Per ogni Notte della Taranta visiti una preziosità storico-artistica di quelle terre. Se fate almeno quattro notti della Taranta non perdete il pavimento musivo della Cattedrale di Otranto, la facciata della Cattedrale di Ostuni, i meravigliosi affreschi della Basilica di Santa Caterina d’Alessandria a Galatina, la strepitosa facciata della Basilica di Santa Croce a Lecce. A proposito della Basilica di Santa Croce. Uno studente di storia dell’arte, osservando la facciata principale, si sofferma a leggere un pezzo di storia dell’arte che va dall’architettura romanica a quella barocca. Ma l’impatto visivo è suggestivo anche per chi non studia arte. Quel grondare dall’alto di motivi scultorei vegetali che fa della Chiesa quasi un elemento della natura piuttosto che del paesaggio urbano, non è molto dissimile concettualmente dalle architetture di Gaudì. Sì proprio quel Gaudì di Barcellona, quella Barcellona dove quest’estate non ci sono andato, nemmeno l’estate scorsa né tanto meno ci andrò l’anno prossimo.

Rosone della Cattedrale di Troia


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lunedì, 27 luglio 2009

Non tutti. Non per forza. Non io.

Ieri, domenica 26 luglio 2009, con le temperature che raggiungono i 36 gradi, chi vive a Roma è fuggito dalla città.

Non tutti. Non per forza. Non io.

Aveva ragione Nanni Moretti in Caro Diario quando affermava che girare d'estate per le strade deserte di Roma è molto piacevole. Anch’io come lui, però con un’automobile dotata di aria condizionata, ho girato Roma in lungo e in largo per tutto il pomeriggio godendo dell’assenza di traffico. La mattina ho invece caricato le batterie mentali seguendo delle lezioni video tratte dalla “Breve ma veridica storia della pittura italiana” scritta nel 1914 da un appena ventiquattrenne Roberto Longhi.

Seguire 2 ore e mezza di lezioni di storia dell’arte sulla base delle parole di Longhi mi dà energie e forza forse proprio come quelle che ricevono da una bevanda energetica quei tristi figuri che incontro sulla mia strada, che rispondono al nome di “ciclisti della domenica”. Poveracci, mi fanno tenerezza quanto si prendono sul serio all’interno di quelle tute da professionisti. Devono sopportare stress, fatica, caldo insopportabile solo per raccontare agli amici che hanno fatto decine e decine di chilometri. Magari in salita.

Le tappe più importanti del mio confortevole giro a bordo di un auto con aria condizionata, sono state la Chiesa di Tor Tre Teste (Dives In Misericordia) e il quartiere popolare di Corviale. La Chiesa di Richard Meier (autore a Roma anche del Museo dell’Ara Pacis) è un’apparizione all’interno di uno dei tanti quartieri anonimi delle nostre città. Ed infatti ieri svolto in via di Tor Tre Teste dalla Prenestina, mentre procedo provo inutilmente a cercare la chiesa con lo sguardo. Niente. La chiesa appare in tutta la sua umile grandezza ed eleganza solo dopo aver raggiunto la strada che la costeggia. Ecco quindi quell’effetto apparizione, rivelazione, non nuovo nella storia delle costruzioni ecclesiastiche. Basti pensare che anche la Basilica di San Pietro appariva ai fedeli come una improvvisa rivelazione divina dopo aver attraversato le vie di quel borgo medievale distrutto da Mussolini per far posto alla pomposa via della Conciliazione.

Vedendo il capolavoro di Meier la prima reazione è “non sembra una chiesa”. Di qui dovrebbe nascere in chiunque il desiderio di studiare storia dell’arte per capire quando si è imposto quel modello di chiesa (ed in che modo si è sviluppato) che ci porta a dire “questa sì che è una chiesa”. La Chiesa di Meier non può essere letta come un insieme di facciata e corpo, come interno ed esterno. Sembra una porzione di una chiesa vista in sezione. Ci si ritrova all’interno come se non si attraversasse mai nessun ingresso. Si può ascoltare la messa fuori o dentro la chiesa. E’ lo stesso. L’edificio è solo un momento per radunare persone in uno stesso posto, non importa se fuori o dentro di esso. La chiesa leggiadra, elegante, bianca, è come una visione interiore e così anche la messa diventa un luogo interiore.

Raccordo anulare. Uscita 29. Breve tratto di Magliana, svolta a sinistra, qualche chilometro e si raggiunge via Portuense. In questo caso il quartiere popolare di Corviale non è un’apparizione. Dopo qualche minuto lo si vede sulla sinistra, in alto, in tutta la sua disarmante e desolante maestosità. Si tratta di un palazzo in cemento armato lungo un chilometro progettato e realizzato negli anni 70. I primi appartamenti sono stati consegnati agli inizi degli anni 80. L’edificio s’ispira alle teorie di Le Corbusier ma, a mi avviso, è frutto di un progetto folle. Mi sono posizionato davanti all’edificio e nel silenzio generale, ho ascoltato, come se fosse un gigantesco stereo, i rumori, i suoni, le parole che provenivano da quel mostro. Di fronte ad esso sono stati realizzati un parco ed un’altra grande struttura in cui dovevano essere collocati tutti i servizi necessari alle sei mila persone che vivono in quegli appartamenti. Lo scenario è desolante. Il parco e quella struttura sono abbandonati a se stessi. Il palazzone è inquietante e disumano.

Con le mie considerazioni mi fermo qui. Lascio ad architetti, urbanisti e sociologi ben più attrezzati di me ulteriori e scientifiche riflessioni. Di una cosa sono certo, oggi vedere, voler capire e studiare Corviale è importante almeno quanto vedere, voler capire e studiare la Cappella Sistina.

 

corviale.jpg image by breakfast


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mercoledì, 15 luglio 2009

Ritratto dell'uomo contemporaneo

La vita dell’uomo contemporaneo occidentale è congelata all’interno di categorie che ha ormai accettato  e assimilato.

L’uomo contemporaneo occidentale entra nel mondo della scuola a 6 anni e ne esce a 25.

A 25 anni l’uomo contemporaneo è contento di aver preso un titolo di laurea, quindi si butta nel mondo del lavoro per guadagnare i soldi necessari per uscire la sera e andare in vacanza l’estate, e per fare carriera. Verso i 35 anni l’uomo contemporaneo comincia a pensare di mettere i soldi da parte per farsi una casa e magari metter su famiglia.

I titoli di laurea, le mete dei viaggi, le posizioni della carriera, l’idea della famiglia, sono tutte scatole vuote che l’uomo contemporaneo desidera abitare perché è vittima di impulsi generati dalla pubblicità sociale.

L’uomo contemporaneo esce dal mondo della scuola essenzialmente vuoto. Il percorso di studi ha contribuito molto poco alla costruzione della sua sensibilità. Ciò che pensa del mondo non sarebbe molto diverso da quello che penserebbe se avesse studiato anche la metà degli anni che ha dedicato agli studi. E’ felice di avere un titolo di laurea, è felice cioè di anteporre un’etichetta (dott, ing, avv, prof) al proprio nome e cognome. E’ cioè felice di appartenere ad una classe sociale (ing, dott, avv, prof) invece che a se stesso.

L’uomo contemporaneo entra nel mondo del lavoro accettando l’idea di fare cose inutili per la società ma che comunque gli danno lo stipendio a fine mese e il prestigio sociale di un titolo (lavoro in QUELLA azienda, ho QUELLA carica).

L’uomo contemporaneo vive il suo tempo libero in modo disastroso. Innanzi tutto perché considera il tempo libero come momento di svago. Pensa cioè che il tempo libero serva per rilassarsi, per ricaricare le batterie e quindi tornare nel mondo del lavoro. Che tristezza! Il tempo libero è l’essenza della vita. Il piacere, il divertimento, il gioco sono le uniche cose che possono dare un senso alle tante sofferenze che ci tocca vivere.  

L’uomo contemporaneo non viene mai educato a saper vivere il proprio tempo libero, non viene educato a considerare il piacere, il divertimento, il gioco come momenti fondanti della propria esistenza. E così, ad esempio, l’uomo contemporaneo viaggia in modo kitsch alla ricerca degli stereotipi e delle icone assimilati negli anni. A Roma, qualche anno fa (vedete foto e video) i turisti sono rimasti indifferenti di fronte al fatto che l’acqua della Fontana di Trevi stesse diventando rossa perché loro, in quel momento, non erano davanti alla Fontana di Trevi ma all’interno dell’immagine che avevano di quella fontana.

Per vivere una vita serena bisogna costruire la propria sensibilità nel tempo. Una sensibilità che faccia diventare solidi i propri momenti di piacere, di divertimento, di gioco. Ognuno di noi deve avere delle passioni forti che gli permettano quotidianamente di arricchirsi. Tra Las Vegas e Castel San Vincenzo non ho dubbi, preferisco Castel San Vincenzo.

Fino a quando l’uomo contemporaneo vivrà all’interno delle categorie che ho fin qui descritto, avrà bisogno sempre di riempire i vuoti della propria esistenza con una miriade di cose inutili (oggetti, viaggi, posizioni sociali) ma dall’accattivante impatto confezionato dalla pubblicità sociale. Cioè continuerà a nascondere il vuoto della profondità, la fragilità del proprio non-essere, l’incapacità di informare di sé la realtà, riempiendo sempre di più e appagando in modo compulsivo la superficie della propria persona con il risultato di finire inevitabilmente vittima di una vita triste e desolata.

 


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martedì, 14 luglio 2009

I morti e chi non nascerà mai

Ieri sera avevo deciso di andare al cinema ma poi ho preferito rimanere a casa a vedere la TV. Sembra una follia. Sembra una follia preferire la TV al cinema, preferire rimanere a casa invece di uscire. Per me, per la sensibilità che mi porta a spasso in questo mondo, in questa vita, effettivamente è una follia. Ma da qualche giorno a casa c’è il digitale, sul digitale c’è il canale di storia e a me piace la storia.

Mi piace la storia perché preferisco interrogare il passato e non farmi tante domande sul futuro. E’ un mio modo di vedere generale. Ad esempio, m’interessa molto di più cosa facevo, dov’ero prima di nascere e molto meno che fine farò dopo la morte. Se penso al concetto di eternità penso soprattutto al tempo infinito prima della mia nascita e non a quello dopo la morte. Penso che io sono già vissuto nell’eternità, appunto prima di nascere. Non mi convince l’idea cattolica che io sia nato dal nulla per volontà di un progetto divino espletato tramite la copulazione dei miei genitori. Mi sembra poco credibile che Dio abbia pensato di far nascere me, proprio me. Così come mi sembra poco credibile che quella notte di 35 anni fa i miei genitori siano stati presi dalla passione perché a Dio è venuta l’ispirazione di progettarmi.

Stasera mia madre mi ha confermato che se io esisto è solo perché lei e mio padre volevano un figlio maschio.

 "Mamma ti sembra una cosa seria?"

Non ha risposto. Ho quindi continuato: "Non si capisce allora perché io dovrei prendere la vita sul serio"

Mi ha guardato preoccupata.

Inoltre mi chiedo, come potrei credere in Dio se mi ha donato la vita, il dono più prezioso, solo perché sono maschio?!

Ma pensando alla mia vita prima di nascere non mi convince nemmeno la teoria buddista della reincarnazione. Cosa ha potuto fare di così terribile la persona che si è reincarnata in me? E perché mai si è andata creando una tale catena perversa di reincarnazioni che ha portato a me?

Sì, m’interessa più il passato del futuro. M’interessa sapere cosa facevo prima di nascere. Della mia vita individuale m’interessa pensare a cosa ho fatto in questi 34 anni e meno a cosa farò. 34 anni trascorsi pensando, gioendo, soffrendo, studiando, amando, giocando. 34 anni sono davvero tantissimi. Il mio passato è materia degna di interesse. Va interrogato, capito, studiato.

Quindi m’interessa anche molto la storia. D’altronde sono sicuro che a tutti interesserebbe la storia se non la s’insegnasse a scuola. Come si fa a non essere curiosi di com’erano i luoghi e le persone 500 anni fa, come si fa a non essere curiosi di cosa succedeva 500 anni fa? Sono certo che se a scuola insegnassero il futuro e Nostradamus, tutti saremmo più interessati a conoscere la storia.

Ieri sono andato a dormire pensando che io sono venuto dal nulla e finirò nel nulla. Per me i morti e chi non nascerà mai sono la stessa cosa.

Edward Hopper


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mercoledì, 08 luglio 2009

avere cultura non significa sapere tante cose. avere cultura significa sentire l'esigenza di imparare a confrontarsi quotidianamente con gli altri, con il proprio vissuto, con la storia, il cinema, la letteratura, la filosofia, con le varie forme d'arte, al fine di avere più possibilità per indagare se stessi e la realtà in cui ci si muove.

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giovedì, 02 luglio 2009

Cos'è la mia vita rispetto a tutte le vite di tutti gli uomini? Cos'è la mia vita rispetto alle infinite vite che verranno e ai miliardi di vite che sono venute prima di me? Niente. Non è niente. Eppure ogni giorno, ogni istante mi è dato occuparmi dei miei insignificanti dubbi, delle mie insignificanti sofferenze, dei miei insignificanti desideri... Vivere è assurdo e faticoso. Siamo tutti disperatamente egoisti.

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mercoledì, 24 giugno 2009

Da Wittgenstein a Berlusconi, passando per le elezioni in Iran. Breve storia del mio pensiero filosofico.

Se una persona mi sta spezzando un braccio e io gli dico: “lasciami il braccio!”, in quel momento io so bene cosa significa quello che sto dicendo, conosco bene quindi anche il significato della parola “braccio”. Credo che anche la persona che mi sta spezzando il braccio capisca quello che gli sto dicendo e cosa intenda per la parola “braccio”. Perché io e il mio interlocutore ci capiamo?

Secondo Wittgenstein perché stiamo usando il linguaggio all’interno di regole che condividiamo. Cioè con le parole, io e l’interlocutore stiamo giocando lo stesso gioco.

Se a questo punto arriva un filosofo e dice ad esempio: “Strano però che con la parola braccio che è unica per tutti i “bracci” di tutte le persone, io possa indicare uno specifico braccio, un particolare braccio che è diverso da tutti i “bracci””; questo discorso lo capiremmo? Capiremmo più il significato della parola braccio?

Secondo Wittgenstein, in questo caso, stiamo giocando un nuovo gioco, stiamo usando il linguaggio all’interno di altre regole. Chi condivide queste nuove regole, cioè chi conosce queste regole, allora comprende quello che dice il filosofo.

Queste semplici riflessioni si portano dietro  tante domande e tanti dubbi. Wittgenstein ha scritto un libro “Ricerche Filosofiche” in cui pone numerosi esempi per illustrare che se non si considera il linguaggio come una serie di giochi in cui per capirsi bisogna conoscere (aver assimilato) le regole dei vari giochi, allora le nostre idee sul linguaggio fanno acqua da tutte le parti.

Perché stamattina parlo di queste cose?

Ieri ho partecipato ad una manifestazione di giovani iraniani che protestano per i brogli elettorali in Iran. Cosa contestano questi giovani? Che durante le elezioni non sono state rispettate delle regole. Cosa contestiamo noi a Berlusconi? Che non rispetta le regole. Da dove nasce il razzismo? Dal fatto che i razzisti credono che gli immigrati non rispettano la regola secondo la quale “ognuno deve stare a casa sua” e di conseguenza, i razzisti agiscono e parlano seguendo la regola secondo la quale “il mondo è fatto di “case””.

Fino a quando si è usata la parola “famiglia” seguendo certe regole allora nessuno ha posto dubbi su cosa sia la famiglia. Gli omosessuali, ad esempio, propongono nuove regole da seguire nel momento in cui usiamo l’espressione famiglia.

Le regole che sottostanno ai nostri discorsi, alle nostre azioni, ai nostri modi di vedere le cose, non sono quasi mai regole esplicitate, scritte, sono quasi sempre regole assimilate, implicite, che stanno dentro di noi anche se non riusciamo a renderle visibili.

Da dove nascono le regole? Come si creano? Come s’imparano?

Rispondo alla terza domanda. S’imparano soprattutto tramite l’addestramento. Un insegnante di storia dell’arte non fa altro che insegnare ai propri allievi a vedere i dipinti come li vede lui. Cioè insegna loro le regole che lui segue quando vede un dipinto. E’ lo stesso che ha fatto Berlusconi in questi 15 anni, ha insegnato a tanti italiani (quelli che bastano per vincere le elezioni) a vedere le cose come le vede lui, a seguire le regole che segue lui. Certo l’operazione gli è riuscita anche perché gli italiani erano già predisposti ad assimilare tali regole, cioè gli italiani già giocavano a giochi simili a quelli proposti da Berlusconi.

Il sistema delle regole che noi seguiamo è quello che io definisco cultura. Ed è l’unica cosa che a me interessa indagare.

 

Controfacciata del "Tempietto Longobardo" - Cividale del Friuli


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lunedì, 22 giugno 2009

Leghisti, longobardi e venosini.

18-21 giugno 2009. A Trieste e Gorizia il caffè costa 90 centesimi. Anche a Venezia, davanti alle Gallerie dell’Accademia, al bar dei Giardini della Biennale, in zona San Marco nella piazza della Chiesa di San Zaccaria, caffè a 90 centesimi. Pensavo che in paesi più piccoli come Cividale ed Aquileia l’avrei pagato meno ed invece, prezzo standard: 90 centesimi. Solo in un bar di Udine, 85.

Per non ripartire con il dubbio e la curiosità, chiedo ad una ragazza in un bar di Aquileia come mai il caffè costi dappertutto 90 centesimi. Sorride ma non sacosa rispondermi. Le dico che a Roma il prezzo varia anche tra bar che sono uno accanto all’altro. Non sa proprio cosa dirmi, quindi mi fa: “davvero!”.

In quel bar ho preso due caffè a distanza di un’ora. Giusto il tempo di visitare la vicina Basilica di Santa Maria Assunta. Si tratta di una Basilica romanica costruita lì dove in epoca paleocristiana è stata eretta una delle prime basiliche dell’Impero Romano, proprio l’anno dopo l’Editto di Costantino (313 d.C.), editto che aveva reso liberi tutti di professare e seguire qualunque religione, quindi anche quella cristiana. Della chiesa paleocristiana rimane un bellissimo pavimento musivo ricco di motivi naturalistici pagani che i primi cristiani “liberi”, ancora sprovvisti di un loro linguaggio, rileggevano in chiave cristiana. Della Basilica romanica gli appassionati di arte medievale rimangono affascinati dagli affreschi dell’abside dal sapore bizantino e ancor di più, da quelli della cripta che contengono già i semi di quella rivoluzione stilistica che Giotto avrebbe realizzato circa un secolo dopo.

Girare l’Italia alla scoperta dei tesori medievali è meraviglioso. Spesso bisogna raggiungere paesi immersi in paesaggi naturali affascinanti. Ed in genere si è lontani dal tormento del turismo di massa.
Ho detto di Aquileia. Vi dico di Cividale. E’ un paese a nord-est dell’Italia, ma che più a nord-est non si può. I manifesti di Bossi si sprecano così come gli alpini in giro per il paese e per i musei. Ma è un paese fatto così. Oggi sono leghisti e dodici secoli fa erano longobardi. I longobardi hanno lasciato testimonianze meravigliose come il Tempietto Longobardo. Le figure di sante, in stucco, che si trovano in controfacciata sono di una bellezza e di un’eleganza estrema. Nel museo del Duomo si trova l’altare di duca Ratchis su cui sono scolpite le più bizzarre storie di Cristo che si siano mai viste. Agli occhi “classici” di noi occidentali risultano rilievi “strani”, io li adoro per l’ingenuità e la spontaneità con cui l’artista che li ha realizzati guardava alle conquiste del mondo classico e per la naturalezza con cui rispondeva alle sue esigenze espressive e alla cultura di cui era imbevuto.

Un altro tesoro medievale che ho potuto ammirare è la Basilica (ancora una volta) di Santa Maria Assunta che si trova nell’isola di Torcello vicino Venezia. Raggiungere l’isola è già di per sé un grande piacere. Si parte con un traghetto pieno di turisti i quali, evidentemente privi di conoscenze medievali, si auto-eliminano via via nelle fermate intermedie, permettendomi di respirare un po’ di aria vera, dal sapore storico-naturalistco e non l’aria chiassosa di Venezia.

A me Venezia non piace. In un anno e mezzo ci sono stato tre volte. Amo i tesori di cui dispone ma non mi piace la città nel suo complesso. Troppi ponti, troppa acqua, troppi turisti, troppe viuzze, troppa arte e troppi artisti, troppi leoni d’oro, troppe gondole, troppi traghetti, troppi negozietti di oggettistica. E’ troppo decorativa, è troppo Venezia. Ecco, non c’è alcuna differenza tra la Venezia delle cartoline e la Venezia vera, tra le Venezia immaginata e quella reale. Purtroppo devo ancora ritornarci per due motivi. Primo, perché il 3 agosto in Piazza San Marco si esibirà Leonard Cohen. Secondo perché, come dicevo, i tesori di cui dispone sono infiniti.

Da Venezia a Trieste. Trieste ha uno stile imperiale, un po’ neoclassico, un po’ liberty. Non rientra nei miei gusti. Ovviamente c'era la bora che secondo me, ormai soffia solo perché è un 'attrattiva turistica.

Girare l’italia è bellissimo ma viaggiando, dentro di me rimane sempre la sensazione di essere nato e cresciuto in un paese, Venosa, che ha un centro storico di un’eleganza suprema e una piazza, piazza Castello, di un fascino e di una bellezza che ha pochi rivali. Inoltre Venosa ha diversi tesori come il complesso della Trinità che bisognerebbe portare su tutti i libri di storia dell’arte delle scuole superiori per la sua bellezza e per la sua eccezionalità, in quanto unica testimonianza visibile di come nel medioevo si costruiva la chiesa nuova addossata a quella vecchia. Ne sono convinto. Così come sono convinto del fatto che dovremmo cambiare la “campagna di marketing” di Venosa, non più orientata sul nome di Orazio, ma sul complesso della Trinità in primis, quindi sul Parco paleolitico, sulle catacombe ebraiche ed infine sulla sua romanità.

Io non vado a visitare un paese perché in quel paese è nato un personaggio famoso, per quanto illustre sia stato, ma perché so che in quel paese posso vedere e studiare qualcosa di bello ed importante.

Lato destro dell'Altare di Duca Ratchis - Adorazione dei magi

postato da: nevharius alle ore 12:33 | link | commenti (1)
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