E se fosse tutto un gioco?

Io voglio bene solo a me stesso. Se vuoi che ti voglia bene, devi far parte di me.

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mercoledì, 08 luglio 2009

avere cultura non significa sapere tante cose. avere cultura significa sentire l'esigenza di imparare a confrontarsi quotidianamente con gli altri, con il proprio vissuto, con la storia, il cinema, la letteratura, la filosofia, con le varie forme d'arte, al fine di avere più possibilità per indagare se stessi e la realtà in cui ci si muove.

postato da: nevharius alle ore 12:07 | link | commenti
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giovedì, 02 luglio 2009

Cos'è la mia vita rispetto a tutte le vite di tutti gli uomini? Cos'è la mia vita rispetto alle infinite vite che verranno e ai miliardi di vite che sono venute prima di me? Niente. Non è niente. Eppure ogni giorno, ogni istante mi è dato occuparmi dei miei insignificanti dubbi, delle mie insignificanti sofferenze, dei miei insignificanti desideri... Vivere è assurdo e faticoso. Siamo tutti disperatamente egoisti.

postato da: nevharius alle ore 08:33 | link | commenti (2)
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mercoledì, 24 giugno 2009

Da Wittgenstein a Berlusconi, passando per le elezioni in Iran. Breve storia del mio pensiero filosofico.

Se una persona mi sta spezzando un braccio e io gli dico: “lasciami il braccio!”, in quel momento io so bene cosa significa quello che sto dicendo, conosco bene quindi anche il significato della parola “braccio”. Credo che anche la persona che mi sta spezzando il braccio capisca quello che gli sto dicendo e cosa intenda per la parola “braccio”. Perché io e il mio interlocutore ci capiamo?

Secondo Wittgenstein perché stiamo usando il linguaggio all’interno di regole che condividiamo. Cioè con le parole, io e l’interlocutore stiamo giocando lo stesso gioco.

Se a questo punto arriva un filosofo e dice ad esempio: “Strano però che con la parola braccio che è unica per tutti i “bracci” di tutte le persone, io possa indicare uno specifico braccio, un particolare braccio che è diverso da tutti i “bracci””; questo discorso lo capiremmo? Capiremmo più il significato della parola braccio?

Secondo Wittgenstein, in questo caso, stiamo giocando un nuovo gioco, stiamo usando il linguaggio all’interno di altre regole. Chi condivide queste nuove regole, cioè chi conosce queste regole, allora comprende quello che dice il filosofo.

Queste semplici riflessioni si portano dietro  tante domande e tanti dubbi. Wittgenstein ha scritto un libro “Ricerche Filosofiche” in cui pone numerosi esempi per illustrare che se non si considera il linguaggio come una serie di giochi in cui per capirsi bisogna conoscere (aver assimilato) le regole dei vari giochi, allora le nostre idee sul linguaggio fanno acqua da tutte le parti.

Perché stamattina parlo di queste cose?

Ieri ho partecipato ad una manifestazione di giovani iraniani che protestano per i brogli elettorali in Iran. Cosa contestano questi giovani? Che durante le elezioni non sono state rispettate delle regole. Cosa contestiamo noi a Berlusconi? Che non rispetta le regole. Da dove nasce il razzismo? Dal fatto che i razzisti credono che gli immigrati non rispettano la regola secondo la quale “ognuno deve stare a casa sua” e di conseguenza, i razzisti agiscono e parlano seguendo la regola secondo la quale “il mondo è fatto di “case””.

Fino a quando si è usata la parola “famiglia” seguendo certe regole allora nessuno ha posto dubbi su cosa sia la famiglia. Gli omosessuali, ad esempio, propongono nuove regole da seguire nel momento in cui usiamo l’espressione famiglia.

Le regole che sottostanno ai nostri discorsi, alle nostre azioni, ai nostri modi di vedere le cose, non sono quasi mai regole esplicitate, scritte, sono quasi sempre regole assimilate, implicite, che stanno dentro di noi anche se non riusciamo a renderle visibili.

Da dove nascono le regole? Come si creano? Come s’imparano?

Rispondo alla terza domanda. S’imparano soprattutto tramite l’addestramento. Un insegnante di storia dell’arte non fa altro che insegnare ai propri allievi a vedere i dipinti come li vede lui. Cioè insegna loro le regole che lui segue quando vede un dipinto. E’ lo stesso che ha fatto Berlusconi in questi 15 anni, ha insegnato a tanti italiani (quelli che bastano per vincere le elezioni) a vedere le cose come le vede lui, a seguire le regole che segue lui. Certo l’operazione gli è riuscita anche perché gli italiani erano già predisposti ad assimilare tali regole, cioè gli italiani già giocavano a giochi simili a quelli proposti da Berlusconi.

Il sistema delle regole che noi seguiamo è quello che io definisco cultura. Ed è l’unica cosa che a me interessa indagare.

 

Controfacciata del "Tempietto Longobardo" - Cividale del Friuli


postato da: nevharius alle ore 08:48 | link | commenti
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lunedì, 22 giugno 2009

Leghisti, longobardi e venosini.

18-21 giugno 2009. A Trieste e Gorizia il caffè costa 90 centesimi. Anche a Venezia, davanti alle Gallerie dell’Accademia, al bar dei Giardini della Biennale, in zona San Marco nella piazza della Chiesa di San Zaccaria, caffè a 90 centesimi. Pensavo che in paesi più piccoli come Cividale ed Aquileia l’avrei pagato meno ed invece, prezzo standard: 90 centesimi. Solo in un bar di Udine, 85.

Per non ripartire con il dubbio e la curiosità, chiedo ad una ragazza in un bar di Aquileia come mai il caffè costi dappertutto 90 centesimi. Sorride ma non sacosa rispondermi. Le dico che a Roma il prezzo varia anche tra bar che sono uno accanto all’altro. Non sa proprio cosa dirmi, quindi mi fa: “davvero!”.

In quel bar ho preso due caffè a distanza di un’ora. Giusto il tempo di visitare la vicina Basilica di Santa Maria Assunta. Si tratta di una Basilica romanica costruita lì dove in epoca paleocristiana è stata eretta una delle prime basiliche dell’Impero Romano, proprio l’anno dopo l’Editto di Costantino (313 d.C.), editto che aveva reso liberi tutti di professare e seguire qualunque religione, quindi anche quella cristiana. Della chiesa paleocristiana rimane un bellissimo pavimento musivo ricco di motivi naturalistici pagani che i primi cristiani “liberi”, ancora sprovvisti di un loro linguaggio, rileggevano in chiave cristiana. Della Basilica romanica gli appassionati di arte medievale rimangono affascinati dagli affreschi dell’abside dal sapore bizantino e ancor di più, da quelli della cripta che contengono già i semi di quella rivoluzione stilistica che Giotto avrebbe realizzato circa un secolo dopo.

Girare l’Italia alla scoperta dei tesori medievali è meraviglioso. Spesso bisogna raggiungere paesi immersi in paesaggi naturali affascinanti. Ed in genere si è lontani dal tormento del turismo di massa.
Ho detto di Aquileia. Vi dico di Cividale. E’ un paese a nord-est dell’Italia, ma che più a nord-est non si può. I manifesti di Bossi si sprecano così come gli alpini in giro per il paese e per i musei. Ma è un paese fatto così. Oggi sono leghisti e dodici secoli fa erano longobardi. I longobardi hanno lasciato testimonianze meravigliose come il Tempietto Longobardo. Le figure di sante, in stucco, che si trovano in controfacciata sono di una bellezza e di un’eleganza estrema. Nel museo del Duomo si trova l’altare di duca Ratchis su cui sono scolpite le più bizzarre storie di Cristo che si siano mai viste. Agli occhi “classici” di noi occidentali risultano rilievi “strani”, io li adoro per l’ingenuità e la spontaneità con cui l’artista che li ha realizzati guardava alle conquiste del mondo classico e per la naturalezza con cui rispondeva alle sue esigenze espressive e alla cultura di cui era imbevuto.

Un altro tesoro medievale che ho potuto ammirare è la Basilica (ancora una volta) di Santa Maria Assunta che si trova nell’isola di Torcello vicino Venezia. Raggiungere l’isola è già di per sé un grande piacere. Si parte con un traghetto pieno di turisti i quali, evidentemente privi di conoscenze medievali, si auto-eliminano via via nelle fermate intermedie, permettendomi di respirare un po’ di aria vera, dal sapore storico-naturalistco e non l’aria chiassosa di Venezia.

A me Venezia non piace. In un anno e mezzo ci sono stato tre volte. Amo i tesori di cui dispone ma non mi piace la città nel suo complesso. Troppi ponti, troppa acqua, troppi turisti, troppe viuzze, troppa arte e troppi artisti, troppi leoni d’oro, troppe gondole, troppi traghetti, troppi negozietti di oggettistica. E’ troppo decorativa, è troppo Venezia. Ecco, non c’è alcuna differenza tra la Venezia delle cartoline e la Venezia vera, tra le Venezia immaginata e quella reale. Purtroppo devo ancora ritornarci per due motivi. Primo, perché il 3 agosto in Piazza San Marco si esibirà Leonard Cohen. Secondo perché, come dicevo, i tesori di cui dispone sono infiniti.

Da Venezia a Trieste. Trieste ha uno stile imperiale, un po’ neoclassico, un po’ liberty. Non rientra nei miei gusti. Ovviamente c'era la bora che secondo me, ormai soffia solo perché è un 'attrattiva turistica.

Girare l’italia è bellissimo ma viaggiando, dentro di me rimane sempre la sensazione di essere nato e cresciuto in un paese, Venosa, che ha un centro storico di un’eleganza suprema e una piazza, piazza Castello, di un fascino e di una bellezza che ha pochi rivali. Inoltre Venosa ha diversi tesori come il complesso della Trinità che bisognerebbe portare su tutti i libri di storia dell’arte delle scuole superiori per la sua bellezza e per la sua eccezionalità, in quanto unica testimonianza visibile di come nel medioevo si costruiva la chiesa nuova addossata a quella vecchia. Ne sono convinto. Così come sono convinto del fatto che dovremmo cambiare la “campagna di marketing” di Venosa, non più orientata sul nome di Orazio, ma sul complesso della Trinità in primis, quindi sul Parco paleolitico, sulle catacombe ebraiche ed infine sulla sua romanità.

Io non vado a visitare un paese perché in quel paese è nato un personaggio famoso, per quanto illustre sia stato, ma perché so che in quel paese posso vedere e studiare qualcosa di bello ed importante.

Lato destro dell'Altare di Duca Ratchis - Adorazione dei magi

postato da: nevharius alle ore 12:33 | link | commenti
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mercoledì, 17 giugno 2009

Si può essere felici e tristi per lo stesso motivo?

Si può essere felici e tristi per lo stesso motivo?

 

Forse una delle cose a cui mi sono opposto e mi oppongo di più della società contemporanea è la suddivisione della vita in giornata-di-lavoro/svago, dovere/piacere, anno-di-lavoro/vacanze.

Questo mi porta a provare disprezzo, sì dico proprio disprezzo, per quelle persone che dividono la propria persona in lavoratore/turista.

 

E’ per colpa di quella suddivisione e delle persone che l’hanno sposata perfettamente che questo mondo è ormai congelato.

 

L’uomo vive di soddisfazioni, di auto-stima e della stima degli altri. Questi aspetti emotivi vanno ricercati sia nel lavoro che nello svago. In tal modo si supera questa suddivisione.

 

Il lavoro.

 

Il problema è che molte persone trovano soddisfazione nel lavoro non per quello che fanno ma per il ruolo che ricoprono. Quando penso al lavoro mi viene subito in mente il mio amico Marco. Lui ha una bottega da fabbro, ogni giorno lavora con ferri e crea oggetti. E’ il capo della sua bottega ma non ha dipendenti. Di certo a lui piace essere il capo della sua bottega, ma ciò che immagino gli dia soddisfazione è la creazione di oggetti e vedere realizzate quelle che partono come idee. Ecco, il lavoro dovrebbe essere questo.

 

Ed invece ci sono milioni e milioni di persone che amano il ruolo che ricoprono, amano dire che lavorano in questa o quell’azienda, amano la carriera. Sono persone molto tristi che raccolgono nel tempo un mare di ansie e le riversano nella società.

 

Lo ammetto. Il mio lavoro non mi dà grandi soddisfazioni. Mi permette però di non avere le giornate congelate (9.00-17.00 in ufficio), cioè l’orario lavorativo varia a seconda delle esigenze. Ed inoltre non faccio sempre le stesse cose. Una cosa è certa, non me ne frega niente di rincorrere etichette sociali.

 

Lo svago.

 

Il piacere e il divertimento sono la cosa più importante della vita. Non possono essere relegati al ruolo di “di più”. Non si può suddividere la vita in tre-quarti/un-quarto. Tre-quarti di sacrificio, un-quarto di piacere. E soprattutto, il piacere non può essere superficiale.

 

Una delle cose che amo di più della mia vita è che il piacere equivale a studio, approfondimento, ricerca. Oggi parto per immergermi nei colori e nella luce dei pittori veneti rinascimentali, parto per leggere l’interpretazione del mondo contemporaneo attraverso i lavori degli artisti della Biennale, per scoprire i tesori longobardi del Friuli, per assaporare il fascino di Trieste. Tutto ciò non lo faccio come mero passatempo (fino a quando esisterà l’espressione passatempo la vita non può che essere triste e la società sbagliata), ma come momento di studio, di approfondimento, di ricerca. Ed è questo che mi dà piacere.

 

Purtroppo però il fatto di non potermi dedicare a tempo pieno ai miei studi mi rende anche triste.

 

La risposta è sì. Si può essere felici e tristi per lo stesso motivo.


postato da: nevharius alle ore 09:26 | link | commenti
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venerdì, 12 giugno 2009

E' tutta colpa di mia madre

E’ tutta colpa di mia madre.

Dopo tre figlie femmine ci voleva molto a capire che io stavo bene lì dov’ero?!

 

E se proprio doveva farmi nascere, perché non mi ha fatto più tranquillo, uno di quelli che lavora durante il giorno, la sera guarda la TV, la notte dorme? Uno di quelli che in questo periodo pensa alle vacanze estive e nel periodo di ottobre a quelle natalizie. Uno di quelli che finita l’università, trova un lavoro, mette su famiglia ed aspetta serenamente l’età pensionabile. L’età pensionabile, che strana espressione. Non è la persona ad essere pensionabile ma la sua età, ed infatti se il “pensionabile” fosse riferito alla persona dovrebbero pensionare il 90% dell'Italia.

 

E’ tutta colpa di mia madre.

Da bambino mi ha insegnato che bisogna fare prima il dovere e dopo il piacere. E così io mi sono affrettato a fare “prima” il dovere (scuola, università, matrimonio, lavoro) per dedicarmi quindi “dopo” al piacere. Ora mi dice che non ho capito bene quello che intendeva.

 

E’ tutta colpa di mia madre.

Il mio nei suoi confronti non è complesso edipico. Non c’è niente di complesso, io sono proprio legato a lei in modo chiaro, definito, diretto. Proprio come il conflitto di interessi di Berlusconi. Secondo il nostro Presidente i suoi incarichi politici aiutano i suoi interessi, quindi non c’è nessun conflitto.

 

E’ tutta colpa di mia madre.

La sua famiglia è piena di artisti. Ho cugini pittori, musicisti, designer, fannulloni. E così su quattro figli è toccato proprio a me avere la passione per l’arte.

 

E’ tutta colpa di mia madre.

Ma anche di mio padre.

Dopo 13 anni di rapporti sessuali mi vorrete far credere che l’atto del mio concepimento sia stato un momento di passione?! Macché! Però a pensarci bene, quello spermatozoo deve avercela messa proprio tutta per arrivare a destinazione! Quindi oggi, visto il suo spirito di sacrificio, ho un impegno nei suoi confronti. Vivere bene, pieno di vita, con tante energie, in modo tale che il povero spermatozoo non si debba pentire di aver fatto tutta quella fatica per niente!


postato da: nevharius alle ore 14:24 | link | commenti
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mercoledì, 03 giugno 2009

Oggi, mercoledì 3 giugno 2009

Oggi è mercoledì 3 giugno 2009.

E’ un giorno memorabile. Per la prima volta nella mia vita non ho voglia di fare niente. Nel mio microcosmo l’espressione “non ho voglia di fare niente” equivale a “non ho voglia di pensare”.

C’è da studiare e studio. C’è da lavorare e lavoro. C’è da andare al cinema e vado al cinema. Ma non ho voglia di pensare. Non ho voglia di pensare mentre studio, mentre lavoro, mentre guardo un film.

Oggi mi piace lasciare il mondo esterno sulla superficie delle mie percezioni. Proprio come quei pittori che fanno una copia di un dipinto senza cercare il senso, l’essenza dell’originale.

Ecco, oggi voglio che la vita, le mie azioni, i miei doveri si dipingano sulla mia pelle, sulla retina, sui muscoli, senza che io li penetri con il pensiero.

Nel mio microcosmo, ripeto, pensare significa interrogare i miei comportamenti, le mie parole, le immagini in cui quotidianamente m’immergo. D’altronde io non sono un artista ma un fruitore, uno che vive d’arte scroccando dall’arte degli altri. Quindi come di fronte ad un quadro cerco di interrogarlo cioè cerco di esplicitare le sensazioni emotive o riflessive che il dipinto mi mette addosso, così di fronte alla mia vita cerco di capire, attraverso le immagini di me stesso che mi muovo nel mondo, perché mi comporto in un modo invece che in un altro.

Detto in altre parole, fruire continuamente opere d’arte mi ha portato a vivere sdoppiato nei confronti della mia stessa vita. Io vivo e mi vedo vivere. Non mi chiedo mai se sono triste o felice, appagato o insoddisfatto, buono o cattivo, intelligente o stupido. Non rivolgo mai lo sguardo dentro di me, non mi guardo mai dentro. Perché dentro di me non ci sono immagini ed io so dialogare solo con le immagini. Per volgere lo sguardo dentro di me guardo la mia proiezione nel mondo, le immagini della vita in cui mi immergo, ed esattamente come quando guardo un film, mi chiedo se mi piace o meno quello che vedo per poi cercare di capire perché mi è piaciuto.

Ma adesso basta. Oggi voglio vivere e vedermi vivere senza interrogare le immagini della mia vita.

 

CHARDIN


postato da: nevharius alle ore 17:25 | link | commenti
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martedì, 28 aprile 2009

Sulle donne

Le donne amano la forma più degli uomini. Spesso però mortificano questa loro qualità inseguendo modelli assurdi.

Inoltre tutti sappiamo che le donne sono molto concrete. Si suole dire che hanno i piedi per terra.

Le donne amano la forma e la terra. Il che è una contraddizione insolubile.

E' difficile essere donna.

postato da: nevharius alle ore 08:35 | link | commenti (5)
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lunedì, 20 aprile 2009

La vita è dominata dalla passione e non dalla ragione. Ecco perché soffriamo per persone che non abbiamo scelto di amare.

 


postato da: nevharius alle ore 13:38 | link | commenti (1)
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lunedì, 06 aprile 2009

Problemi belli e brutti

Io sono un ingegnere dell’arte.

L’ingegneria dell’arte è quella disciplina che si occupa di risolvere problemi in modo estetico.

Mi spiego meglio.

Ognuno di noi si trova a vivere una certa vita. Ci saremmo potuti anche ritrovare a viverne un’altra. Ma ne viviamo una sola ben circoscritta: la nostra.

Ogni vita ha le sue dinamiche, i suoi problemi. E così noi dobbiamo risolvere determinati problemi per il solo fatto di vivere una certa vita. Se ci pensate bene, questa cosa è proprio una cazzata.

Noi non scegliamo i problemi da risolvere. Ce li ritroviamo. E la cosa buffa è che andiamo pure in ansia.

Pensate a chi soffre per amore a causa di persone che non ha scelto di amare.

Ma torniamo agli ingegneri.

L’ingegnere è abituato a pianificare i problemi nel tempo, risolvendoli con azioni anch’esse pianificate nel tempo. Questo è motivo di orgoglio per gli ingegneri.

L’ingegnere dell’arte invece pianifica i problemi in modo estetico. Cioè in primis divide i problemi belli da quelli brutti. I problemi belli sono quelli che hanno un senso, che vale la pena vivere, per cui vale la pena soffrire. I problemi brutti sono, ad esempio, tutti quelli che non ricordiamo più ma che nel momento in cui li abbiamo vissuti, la loro risoluzione ci sembrava la ragione della nostra vita.

Faccio un esempio.

Ricordo benissimo quel pomeriggio di venti anni fa quando un mio amico mi ha citofonato per andare a giocare a pallone ma io non potevo perché dovevo finire i compiti. Vedevo i miei amici giocare dalla finestra della mia stanza. Ho sofferto tantissimo al punto da ricordare quel giorno ancora oggi. Ecco, quello è un problema bello, che ha un suo senso. Dei compiti che dovevo finire invece non ricordo più nulla. Ma doverli fare, allora mi sembrava la ragione della mia vita.

Purtroppo i problemi brutti esistono. Ma visto che sono brutti, l’ingegnere dell’arte cerca di risolverli con la serena consapevolezza che solo per i problemi belli vale la pena soffrire.

postato da: nevharius alle ore 16:15 | link | commenti
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sabato, 28 marzo 2009

Se sapessi dipingere...

Se sapessi dipingere farei un quadro con tante nuvole e poi ci metterei una nuvoletta con una frase dentro: “cari poeti perché quando scrivete versi non ci lasciate un po’ in pace!”

Se sapessi dipingere farei un quadro con Dio di spalle e gli uomini che lo implorano di voltarsi.

Se sapessi dipingere farei un quadro con i miei genitori che scopano nove mesi prima della mia nascita e lo intitolerei: “copulazione geniale”.

Se sapessi dipingere farei un quadro con delle forme astratte utilizzando gli spermatozoi al posto dei colori e le dita al posto dei pennelli e lo intitolerei: il Papa in Africa.

Se sapessi dipingere farei un quadro con tante stelle ed una di queste parlante: “cari poeti perché quando scrivete versi non lasciate un po’ in pace noi e le nuvole!”

Se sapessi dipingere farei un quadro con me che dipingo me che dipingo me che dipingo me che dipingo me che dipingo me che dipingo …

Se sapessi dipingere farei un quadro con le persone che portano il cognome più diffuso a Venosa e lo intitolerei: “che cazzo fate a fare le elezioni!”.

Se sapessi dipingere farei un quadro con Orazio, Gesualdo e Tansillo che bevono l’Aglianico nell’Abbazia della Santissima Trinità e lo intitolerei: “Avete rotto il cazzo!”.

Se sapessi dipingere farei un quadro con tutti i manifesti politici che si scrivono a Venosa e lo intitolerei: “Voglio un posto per me e per i miei figli. Cazzo!”.

Se sapessi dipingere farei un quadro con il mio volto e gli chiederei: “perché non parli?”.

Sono sicuro che il quadro comincerebbe a parlare.

 


postato da: nevharius alle ore 13:01 | link | commenti
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sabato, 14 marzo 2009

Berlusconi, il capitalismo e i mosaici di Santa Maria in Domnica

Forse il problema culturale più rilevante della società contemporanea è quello di non riuscire a vedere le cose nel loro insieme. Cioè non si riesce a ragionare in termini di sistema ma solo di singole questioni. Chi ragiona in termini di sistema è considerato un nostalgico delle ideologie.

Il punto è che se non si vedono le cose in termini di sistema tutto si riduce ad una mera gestione dell’esistente. In ciò c’è anche il limite della politica intesa come attività che porta a ricoprire cariche istituzionali (consigliere, assessore, deputato, ministro, sindaco, presidente del consiglio). Nel momento in cui si fa attività politica all'interno dei luoghi istituzionali diventa molto complicato porre le questioni in termini di sistema perché ci si ritrova a dover far funzionare la macchina-democratica-istituzionale così come è.

Quello che è successo in Italia negli ultimi tempi è emblematico. La visione berlusconiana a livello di sistema è stata totalmente sconfitta. Berlusconi ritiene che l’economia di mercato, cioè il moderno capitalismo, quello post-industriale che ereditiamo da circa un secolo e mezzo, funziona tanto meglio quanto più lo Stato si fa da parte. E’ talmente convinto di ciò che in uno dei suoi interventi pubblici post-elezioni ha ritirato fuori la mano invisibile di Adam Smith. Secondo la visione berlusconiana le crisi come quella attuale sono semplici accidenti.

In realtà le crisi come quella attuale fanno parte del sistema, infatti si verificano con una certa periodicità. Senza l’intervento dello Stato non si va da nessuna parte. Ma anche in condizioni normali senza l’intervento dello Stato non si va da nessuna parte.

Due giorni di febbre mi hanno costretto a sorbirmi un po’ di telegiornali. Lo ammetto. Mi sono molto divertito. Una delle cose che mi ha fatto più sorridere è stato l’intervento del Presidente di Confindustria. All’inizio del suo discorso ha detto che l’economia riparte focalizzandoci sulle aziende produttrici e sui consumatori. Poi prosegue con una ricetta che prevede in modo massiccio l’intervento dello Stato (ammortizzatori sociali, opere pubbliche, ecc. ).

Il giorno dopo la vittoria di Berlusconi ho scritto un post in cui ho spiegato che il nostro sistema economico può andare avanti solo grazie allo Stato. Non ripeto le considerazioni, vi rimando a quel post.

Berlusconi è stato totalmente sconfitto a livello di visione di sistema eppure è lì. Perché in pochi riescono a vedere le cose a livello di sistema. Perché la politica istituzionale, come dicevo, quella dei sindaci, degli assessori, dei deputati, dei ministri, non ragiona a livello di sistema. Rifondazione comunista era un partito ibrido. Da una parte ragionava in termini di sistema, dall’altra faceva parte della macchina-democratica-istituzionale. Ma i cittadini preferiscono i partiti che fanno funzionare la macchina-democratica-istituzionale così come è. Chi è senza lavoro vuole un lavoro, non pensa che il problema potrebbe essere il sistema, pensa che il problema è che lui ha avuto meno fortuna o opportunità rispetto a chi il lavoro ce l’ha.

Riflettere in termini di sistema presuppone un’educazione culturale molto complessa, ma oggigiorno l’educazione è trasmessa soprattutto dalla televisione e la televisione è lo strumento primario che impedisce di riflettere in termini di sistema. Sono due giorni che il mio cervello si ritrova ad essere bombardato dallo slogan stupro-caffarella. Io mi rifugio nel cinema. Chi vuol capire in modo più profondo l’attuale situazione del mondo dell’immigrazione (a livello di sistema) veda “Il matrimonio di Lorna” e spenga la televisione.

Permettetemi una piccola postilla. Tra le cose divertenti che ho visto in TV in questi giorni c’è anche l’immagine di Berlusconi che parla cingendo la spalla di Frattini. Nel IX sec. d. C., in periodo carolingio,  alcuni mosaici che si trovano nelle chiese di Roma dimostrano come già allora si pensava di fare propaganda politico-religiosa ricorrendo a questi “gesti affettuosi”.

Fate un giro  per le chiese di Santa Prassede, Santa Maria in Domnica e Santo Stefano Rotondo. Trovate Santi, Gesù, la Madonna e Papa Pasquale I (il maggiore committente dell’epoca)  con facce buffe e colorite (proprio come quella di Berlusconi) e in atteggiamenti appunto “affettuosi”. Papa Pasquale I sembra davvero Berlusconi, lo riconoscete in quanto dietro la testa ha il nimbo quadrato (quello per i vivi) e non l’aureola circolare. Il mosaico più divertente si trova nell’abside di Santa Maria in Domnica. Papa Pasquale I, con il solito fisico snello ed agile,  prende tra le mani il piede della Madonna.

Il paragone non è solo simpatico. Secondo me, l’attuale propaganda televisiva è molto simile a quella delle raffigurazioni medievali.


 

 

Mosaico absidale di Santa Maria in Domnica


postato da: nevharius alle ore 12:06 | link | commenti (1)
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giovedì, 12 marzo 2009

La seconda guerra mondiale vista dagli americani

Ieri l’altro ho visto al cinema “Il curioso caso di Benjamin Button”, la settimana scorsa “The reader”. Al di là del valore dei due film(scarso, soprattutto “The reader”), mi ha suggestionato che, ancora una volta, gli americani hanno inserito nelle loro pellicole la seconda guerra mondiale.

Agli americani piace molto la seconda guerra mondiale, soprattutto il capitolo Auschwitz. Ecco perché Benigni ha vinto l’Oscar con “La vita è bella”.

Vi spiego il perché di tanta passione per la seconda guerra mondiale.

La seconda guerra mondiale si presenta per gli americani con tutti i canoni cinematografici con cui loro hanno costruito per un secolo l’impianto drammaturgico dei loro film.

Si parte da Pearl Harbour. Agli americani piace molto essere prima vittime, sconfitti, e poi rialzarsi e vincere. Anche un film come “The Passion” è stato costruito con lo stesso impianto. Gesù vittima e sconfitto che riesce a vincere con la resurrezione.

Dopo Pearl Harbour gli americani entrano in guerra come forze del bene dalla parte del bene. Ovviamente se la sceneggiatura distingue in modo netto tra buoni e cattivi, l’effetto drammatico riesce meglio. Se tra i cattivi c’è anche il male assoluto (Hitler) allora la sceneggiatura è perfetta.

Lo sbarco in Italia e in Normandia sono la migliore rappresentazione dell’ “arrivano i nostri”.

Il finale con l’apertura dei cancelli di Auschwitz (in realtà aperti dai russi) è perfetto.

Purtroppo però sul fronte asiatico la guerra continuava e, siccome agli americani piaceva il finale dell’apertura dei cancelli dei lager, hanno pensato bene di concludere le cose con i giapponesi sganciando due bombe atomiche su Nagasaki e Hiroshima, macchiandosi del più grave atto criminale che sia stato mai compiuto nella storia. Ma di queste cose è meglio non parlare altrimenti la sceneggiatura non funziona e il ruolo trionfale, da assoluti protagonisti, viene, come dire, intaccato.

 

Rembrandt - Lezione di anatomia del dottor Tulp


postato da: nevharius alle ore 17:05 | link | commenti
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sabato, 07 marzo 2009

Il 2014 è vicino.

Il complesso della Trinità di Venosa mostra come costruivano le chiese nel Medioevo. La chiesa esistente veniva abbattuta solo dopo che quella nuova fosse pienamente funzionante. Ed infatti oggi vediamo la cosiddetta “Incompiuta” addossata alla chiesa vecchia (stesso asse e muri perimetrali contigui).

E’ un capolavoro assoluto di arte medievale che m’impegnerò a portare su tutti i testi di storia dell’arte di scuola superiore e nelle guide turistiche sull’Italia (su quelle regionali è ovviamente già presente).

“M’impegnerò” sta per: se nel 2014 riuscirò a diventare assessore alla cultura.

Il mio ego mi suggerisce che sarebbe meglio ambire a diventare sindaco ma Venosa è un paese talmente bello e talmente ricco di storia e di preziosità che fare l’assessore alla cultura è più importante di ricoprire la carica di primo cittadino.

Cari lettori, leggete questi primi capoversi e quelli successivi come un comizio.

D’altronde dovete ammettere che sono la prima persona in Italia che si candida non alle elezioni che si terranno a breve (nel 2009) ma a quelle successive. E credo di essere l’unico ad annunciare apertamente che qualunque iniziativa socio-culturale che organizza e che qualunque intervento pubblico a cui partecipa, sono tutti momenti di una campagna elettorale che è già cominciata da qualche mese e che durerà appunto cinque anni.

Per presentarmi come un buon candidato ho pensato anche di iscrivermi nuovamente all’Università. Credo di aver fatto una scelta giusta perché gli studi universitari in storia dell’arte mi stanno già  dando (mi sono iscritto nel settembre scorso) le giuste sollecitazioni intellettuali che vorrei sfruttare da assessore alla cultura. Insomma, la mia nuova laurea è una laurea politica. E i trenta e lode presi ai primi due esami li considero non solo motivo di soddisfazione personale ma anche un dignitoso paragrafo del curriculum che presenterò ai miei concittadini nel momento della mia candidatura nel 2014.

Trascorsi i cinque anni di campagna elettorale, se verrò eletto e se diventerò assessore alla cultura, proverò a mettere in atto il programma che scriveremo in questi cinque anni con un gruppo di lavoro (gruppo che spero si costituirà spontaneamente).

Lo spirito del programma è quello di far diventare Venosa faro del Sud e di far sentire a proprio agio tutti coloro che s’impegnano nell’organizzazione di iniziative socio-culturali.

Come faro del Sud mi piacerebbe che Venosa divenisse punto d’incontro per convegni, work-shop, appuntamenti culturali. Inoltre sono convinto che lo spazio che si apre davanti al castello sarebbe uno scenario ideale per far incontrare, passeggiare e discutere i giovani che scegliessero Venosa come sede per i propri studi universitari se nel mio paese appunto ci fosse l’università.

Per quanto riguarda il far sentire a proprio agio chi s’impegna nell’organizzazione di iniziative socio-culturali, mi piacerebbe che rassegne cinematografiche, concerti, letture in pubblico di poesie, ed ancora, dibattiti, mostre di pittura e di fotografia, feste popolari, divenissero il leit-motiv della storia che ogni giorno i venosini raccontano vivendo a Venosa.

Quella storia a cui io vorrei contribuire a dare un’anima ed un’adeguata veste.

 

 

 


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domenica, 01 marzo 2009

Sull'origine e la fine del mondo. Due parole anche sui CCCP.

Da dove veniamo? dove andiamo?, queste in genere sono le domande che più interessano gli uomini. Gli uomini pigri, aggiungerei.

L’origine del mondo e la fine dello stesso non destano il mio interesse. La copulazione, il seme, il bambino che fuori-esce dalla vagina, sono simboli astratti e concreti dell’universale ed eternamente uguale origine della vita. Il neo-nato è appunto un nuovo-nato, qualunque aggiungerei. Sì per la mamma quel nuovo-nato-qualunque è tutto, assoluto, paradossalmente astratto. Concreto solo nel sentimento che lega madre e figlio.

La fine del mondo arriva con la morte che, diversamente dalla nascita, si dipinge su tanti volti e corpi diversi. Ma il concetto morte rimane lo stesso, cioè cambia il corpo dipinto dalla morte, ma l’artista-morte è lo stesso.

Tra questi due poli universali, astratti, che si dispiegano sull’inizio e sulla fine della vita, c’è appunto la vita. Ed è questa che m’interessa.

Quello che mi affascina è come sia possibile che quell’oggetto astratto, universale, che è il nuovo-nato-qualunque, nel corso del tempo possa prendere forme diverse che vanno dal Papa alla porno-star, dallo storico dell’arte al vandalo che si diverte a rovinare sculture, dal Presidente degli Stai Uniti all’anarchico, da Maradona ai tanti miei amici che sanno tirare la palla solo con la punta del piede. Com’è possibile che quell’energia vitale che viene trasferita nel corpo del nuovo-nato-qualunque lo porta ad assumere nel tempo forme così differenti?

Anche Heidegger deve essere rimasto affascinato da queste riflessioni al punto da ritenere che sia il tempo stesso a dipingere le varie forme dell’uomo, forme che intrise della forza del tempo e della temporalità, diventano progetti. Progetti di vita. Queste forme intrise di tempo, dipinte dal tempo, sono così interessanti che perdere (appunto) il tempo a farsi domande sull’origine e sulla fine del mondo mi sembra intellettualmente, spiritualmente, materialmente, molto pigro.

Sto pensando queste cose mentre ascolto “A Ja Ljublju Sssr” dei CCCP, durante una pausa fisiologica che mi tiene lontano dai miei bellissimi studi di arte medievale. Di fronte a me ci sono mio padre che legge il giornale e mia madre che legge quello che dice essere il libro del Papa. Siamo in tre, nella stessa stanza, apparentati tra di noi (in realtà mio padre e mia madre sono perfettamente estranei, sono io ad essere apparentato con loro), che però stiamo abitando forme così diverse tra di loro.

I CCCP intanto cantano “eri così carino, eri così carino, pigro di testa e ben vestito”.

Io la vedo così: nulla – copulazione – Rocco – morte – nulla.

Buona domenica a tutti.

 due.1 da annampè.

due.1 - annampè

http://www.flickr.com/photos/annampe/3309864064/


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martedì, 24 febbraio 2009

La gioia di vivere

Due corpi che si baciano, si abbracciano, copulano, danno origine ad una composizione sensoriale tanto più bella quanto più nessun senso prevale sull’altro. Questo è il primo stadio della gioia di vivere.

Adesso vi racconto il secondo stadio.

Già da alcuni anni i miei studi di storia dell’arte mi hanno portato a conoscere i più belli affreschi di tutto il periodo medievale ante Giotto. Si trovano in una piccola chiesa di periodo longobardo presso Castelseprio, un paesino vicino Varese. Sabato appena passato sono stato a Milano e la mattina, insieme ai miei amici Tiziano e Maria Concetta, a bordo di una piccola macchina rossa, abbiamo raggiunto Castelseprio. La chiesa di Santa Maria Foris Portas, all’interno della quale si trovano gli affreschi, è preceduta dal casale dei custodi. Un uomo alto e dai lineamenti corporei stilizzati, ci conduce verso la chiesa attraverso un breve sentiero leggermente in salita. Ecco, in quel breve tratto di strada ho vissuto il secondo stadio della gioia di vivere. Ho vissuto delle emozioni straordinarie. I sentimenti che mi legano ai miei due amici, l’aria del bosco, la sagoma del custode di fronte a noi, la chiesetta che s’intravede di scorcio, hanno dato forma ad una composizione emotiva tanto più bella quanto più la mia memoria spero sia riuscita a congelarla in qualche posto della mia interiorità.

Entriamo in chiesa attraverso una piccola porta. Gli affreschi sono davvero molto belli. Questo è il terzo stadio della gioia di vivere. La mia mente vive di immagini, respira immagini, ho accumulato negli anni milioni di visioni di quadri, di film, di affreschi, di mosaici, il che mi permette di amare ancor più gli affreschi di Castelseprio proprio perché li vedo emergere nella loro brillantezza, nella loro forza dinamica, nella loro fluidità, dal fondo delle tante immagini medievali viste, e di sentire la loro forza anche in rapporto a tutta l’arte successiva e all'arte classica precedente.

Adesso sono di ritorno a Roma. In treno c’è una donna che legge il giornale. Sbircio che Povia è arrivato secondo al festival di Sanremo. Rifletto su quanto sia bello vivere fuori dal mondo volgare della televisione. Rifletto su quanto sia bello vivere libero di pensare che grazie alla nostra omosessualità siamo tutti felici quando baciandoci, abbracciandoci, copulando, ci tocchiamo vicendevolmente il buco del culo e siamo tutti felici quando cacando proviamo piacere invece che dolore.

Scendo dal treno rimettendo un piede nella vita quotidiana. Più felice di prima.

 

H. Matisse - La gioia di vivere


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mercoledì, 18 febbraio 2009

Sono felice e triste nel contempo.

All’esame.

“Sai quando è morto Cezanne?”

“Primi del novecento, se ricordo bene”

“1906. Nel 1907 a Parigi gli hanno dedicato una retrospettiva vista da tutti i più grandi artisti di quel periodo”.

Mentre la professoressa parlava della retrospettiva di Cezanne io pensavo alla bellezza di queste cose. Nel 1907 Picasso vede Cezanne, ne rimane affascinato. Nella sua mente si crea un corto circuito creativo che dà origine ad uno dei capolavori del secolo scorso: Les domoiselles d’Avignon. Come Picasso anche altri artisti trovano stimoli nei dipinti di Cezanne.

Per certi aspetti l’essere umano è una creatura fantastica. Sono straordinarie la gioia della creatività artistica e l’energia positiva che si può ricevere dalla visione di un quadro. E’ bellissimo pensare che degli artisti vedano dei quadri, discutano tra di loro, esprimano le loro impressioni per quindi mettersi al lavoro sulla base delle sollecitazioni ricevute.

Per altri aspetti l’essere umano è una creatura orribile. Mentre nel 1907 Picasso gioiva per gli stimoli offertigli da Cezanne, qualcuno (occidentale e "non immigrato") stava “organizzando” quella tragedia infinita che va sotto il nome di prima guerra mondiale.

Oggi sono felice per il 30 e lode, sono felice per gli stimoli ricevuti dal corso di arte contemporanea. Ma sono davvero triste per gli orrori che vedo nella nostra società. Mi riferisco alla televisione e ai giornali che hanno deciso che il più grande problema della nostra Italia sono le violenze alle donne fatte da parte dei rumeni. Sì sono fatti accaduti, ma se televisione e giornali raccontassero tutte le violenze e i delitti che avvengono quotidianamente nelle case degli italiani, la percezione delle cose sarebbe diversa.

Chi difende gli immigrati dicendo che fanno lavori che gli italiani non vogliono fare più oppure parlando delle condizioni disumane in cui spesso sono costretti a vivere o a lavorare, fa bene perché ha ragione ma a mio avviso usa anche argomentazioni “vecchie”.

Oggigiorno gli immigrati tengono in piedi il tessuto sociale della nostra società. Accudiscono le persone anziane, portano a scuola e nei parchi i bambini, fanno le pulizie nelle case permettendo a uomini e donne italiani di lavorare e di divertirsi più serenamente e a studenti (perché ho scoperto che spesso anche gli studenti fanno fare le pulizie agli immigrati) di studiare più tranquillamente.

Questa è la realtà statisticamente ed umanamente rilevante. Il resto serve a Berlusconi e Bossi per vincere le elezioni.

 

Giovanni Pisano - La strage degli innocenti


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martedì, 10 febbraio 2009

E' un periodo strano della mia vita

(scritto il 26 settembre 2008 e mai pubblicato)

E’ un periodo strano della mia vita. Qualcosa di nuovo sta per cominciare.

 

Messa così però, sembro uno di quelli che pensano di scrivere cose dal contenuto fortemente esistenziale e che invece sono inconsapevoli di porsi nei confronti del loro misero "io" come se fosse qualcosa di assoluto, di definitivo. Come se fosse qualcosa di importante per il solo fatto di esistere.

 

Anch’io parlo sempre di me. E’ vero. Ma nel farlo dipingo il mio "io" in modo da dargli una forma che trascenda le mie emozioni più immediate e più facili.

 

Quindi non posso scrivere che è un periodo strano della mia vita e che qualcosa di nuovo sta per cominciare. Devo scrivere qualcosa che contenga queste mie sensazioni, qualcosa in cui queste mie sensazioni riescano ad esprimersi.

 

Stasera ho visto Nanuk l’eschimese, un film-documentario del 1922 di Robert Flaherty. Flaherty è anche l’autore di uno dei film che amo di più: L’uomo di Aran. In Nanuk e soprattutto ne L’uomo di Aran Flaherty ha dipinto con la sua macchina da presa scenari reali in posti estremi abitati da persone che vivono un rapporto totale con la natura. La totalità, come in tutte le cose della vita, è rappresentata dalla lotta e dall’amore.

 

Forse è questo che cerco dentro di me. Il rapporto totale (la lotta e l’amore) con la natura in cui vivo. Una natura fatta di case, di strade, di posti che frequento per lavoro o per necessità estetiche, di persone. Di persone.

 

Ecco. Le persone. Per la prima volta nella vita oggi mi sono chiesto cosa rappresentano le persone per me.

 

Un film, un quadro, una poesia, so leggerli. Perché parlano lo stesso linguaggio con cui io parlo a me stesso. Ma le persone che girano attorno a me e alla mia immaginazione, chi sono?

Chi è mia madre? Chi, mio padre? Chi sono quelle ragazze che da sempre dicono di essere le mie sorelle? Chi, la persona con cui lavoro? Chi, la donna con cui sto insieme? Chi, le persone che incontro per strada, nei locali, al lavoro?

 

Ieri l’altro ho visto in pellicola Il conformista di Bertolucci. Nella mia testa scorrono da due giorni le incantevoli immagini di quel film.

In questo periodo la mia mente è occupata da tante esperienze estetiche indimenticabili. Due settimane fa ho visto all’aperto, sempre in pellicola, quello spettacolo infinito che è Metropolis, con commento musicale dal vivo di una pianista-jazz che adoro: Rita Marcotulli. Della nuova stagione ho visto Il matrimonio di Lorna, un capolavoro che parla del mondo in cui viviamo andando al cuore delle cose senza fronzoli emotivi, senza retorica sociale. Poi ho negli occhi i mosaici di Santa Prassede, quelli bellissimi di Santa Maria in Trastevere, gli affreschi del Cavallini di Santa Cecilia. Ho nel cuore la bellezza dell’aria appena fredda di Roma, delle atmosfere dei vicoli di Trastevere, del calore delle trattorie.

 

In una di queste trattorie, ieri, vedendo una partita di calcio, sono rimasto affascinato dalla bellezza delle geometrie che i calciatori disegnano mentre organizzano il gioco.

 

E’ inutile, devo prenderne atto. L’unico amore della mia vita è la ricerca della bellezza. Riuscirò mai, attraverso l’estetica, a capire se la strada che sto percorrendo è quella che avrei voluto percorrere?

 

E’ un periodo strano della mia vita. Qualcosa di nuovo sta per cominciare.

 

 

 

Rembrandt - Filosofo in meditazione

 


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giovedì, 29 gennaio 2009

Perché io non sono violento

Oggi mi sono chiesto perché io non sono violento.

Mi sono chiesto perché non stuprerei mai una donna o perché non pagherei mai una donna che, costretta da altri o dalla sua povertà, si ritrova su un marciapiede.

I fatti accaduti a Guidonia (l’uomo percosso e chiuso nel bagagliaio, la donna stuprata a turno da tutto il gruppo), mi hanno portato a riflettere sul perché io non sono violento.

Ho pensato che anche se volessi fare un atto così barbaro non avrei amici che condividerebbero la mia scelta. Con i miei amici al massimo ci ubriachiamo e facciamo un po’ di baccano, ma non di più.

Quando ero bambino, una volta a Carnevale, abbiamo messo le pietre nei manganelli per percuotere le ragazze lanciando anche uova e farina. Proprio come dei piccoli teppisti.

Ma perché l’ho fatto solo una volta e perché oggi non farei mai una cosa simile?

A Venosa anche se io e i miei amici volessimo stuprare le donne, difficilmente riusciremmo nel nostro intento senza venire subito scoperti.  A Roma bazzico soprattutto il centro e in  centro è difficile fare atti di violenza. Però se proprio volessimo dedicarci ad atti violenti, un modo per organizzarci, io e i miei amici, lo troveremmo anche a Venosa e a Roma in centro.

Ma il punto è che a me e ai miei amici, quando ci riuniamo in gruppo, ci viene in mente di cantare, bere, vedere un film, giocare a ping pong o a calcetto.

Se non sono violento lo devo ai miei genitori? Sì certo. Ma lo devo anche ai miei amici. Lo devo alla passione che da adolescente alcune persone mi hanno trasmesso per quelle che banalmente ed anche un po’ brutalmente, sono definite “materie umanistiche”.

Lo devo alla prima volta che, leggendo “Il sabato del villaggio” di Leopardi, ho capito come con la parola si riescono a creare immagini di assoluta potenza espressiva e filosofica. La donzelletta che “vien dalla campagna” sembra vederla avvicinarsi a noi e poi con quello che potremmo definire uno stacco cinematografico, Leopardi ci restituisce il dettaglio dei fiori, (La donzelletta vien dalla campagna/in sul calar del sole,/col suo fascio dell'erba; e reca in mano/un mazzolin di rose e viole). Subito dopo ci avvince l’immagine della “vecchierella che fila” e quasi ancora trasportati dal ritmo della donzelletta che cammina, siamo catapultati morbidamente nel flash-back del passato dell'anziana donna quando si ornava per la festa. Col tempo ho arricchito la mia percezione estetica (estetica in senso profondo) della realtà e insieme, anche la percezione de “Il sabato del villaggio” si arricchiva  sempre di più. Oggi mi sembra un capolavoro letterario, cinematografico (immagini ampie, dettagli, flash-back, movimenti di macchina come quello che segue la donzelletta o panoramiche come quella che ci porta dai bambini che giocano allo “zappatore”: I fanciulli gridando/su la piazzuola in frotta,/e qua e là saltando,/fanno un lieto romore;/e intanto riede alla sua parca mensa,/fischiando, il zappatore,/e seco pensa al dí del suo riposo). “Il sabato del villaggio” oggi mi sembra un quadro colorato i cui colori squillanti nascondono un profondo senso del tragico proprio come nei dipinti di Van Gogh oppure mi appare come un’opera cubista in cui  l’immagine si decompone per farci vedere da più punti di vista, cosa?, il pensiero, la visione del mondo di Leopardi.

Inoltre amo cogliere le differenze e le continuità. I colori del “Sabato del Villaggio” si spengono in “A se stesso”. Anche le immagini “figurative” non ci sono più.  Or poserai per sempre,/Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,/Ch'eterno io mi credei. “A se stesso” è un angosciante monocromo, un’opera astratta, una scultura michelangiolesca che prende forma non con le parole ma togliendo le parole dalla materia linguistica.

Ancora. Se non sono violento lo devo al cinema. Se ho voglia di “spaccare il mondo” vado al cinema. Negli anni, la passione per il cinema mi ha insegnato a cogliere nei film sfumature, passaggi di tonalità, profonde o sottili differenze stilistiche, modi diversi da parte degli autori di esprimere la propria visione del mondo. Tutto ciò è un enorme piacere estetico, spirituale, e col tempo ha costituito il mio modo di pormi nella realtà e di percepire non il mondo che mi circonda, ma me stesso nel mondo che mi circonda, me stesso che interagisce con la realtà.

Insomma mi sono chiesto perché non sono violento e mi sono detto che se non lo sono, lo devo soprattutto alla passione che ho per le chiacchierate che faccio con i miei amici sul cinema, sulla fotografia, sulla musica, sull’arte in generale; se non sono violento è per la passione che nutro per tutto ciò che di creativo può fare l’uomo, da un fabbro che crea oggetti di uso quotidiano ad un pittore che dipinge quell’oggetto su una tela; se non sono violento lo devo alla passione di condividere con i miei amici del Tarlo (il gruppo di cui faccio parte) idee e progetti per poi impegnarci nell’organizzazione di tali progetti.

Certo anche ad Hitler piaceva la musica, ma sono casi rari. Certo se non sono violento è anche perché non sono così povero da essere disperato. Ma spero che capiate il senso del mio discorso, non vorrei andare troppo lontano.

Comunque non fraintendetemi, se studio l’arte, se mi dedico a chiacchierare di arte con gli amici, se mi cimento con l’organizzazione di iniziative di interesse sociale, non lo faccio per tacere la violenza che è dentro di me o perché altrimenti mi annoierei. Se non sono violento o annoiato è una conseguenza delle mie passioni. Se vado al cinema è perché mi piace andare al cinema e non perché non ho niente da fare.

Concludo. Io sto bene a Roma ma sto bene anche a Venosa. A Roma partecipo alle rassegne cinematografiche, a Venosa le organizzo insieme agli altri amici dell’associazione. Ecco, ora ricordo il motivo di questo mio scritto, volevo parlare di associazionismo. Ma ho poco altro da aggiungere. Associarsi a Venosa è ancora più importante che a Roma. Se a Venosa abbiamo delle passioni e non ci associamo formando un gruppo musicale o un movimento culturale od anche un partito politico, non abbiamo modo per vivere le nostre passioni e per essere felici (felici? , forse è troppo, diciamo sereni), stando insieme agli altri.

 

fotogramma tratto da Hiroshima mon amour di Alain Resnais


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mercoledì, 28 gennaio 2009

27 gennaio 2009

Vorrei tanto andare a dormire ma non ci riesco. La cena mi è rimasta sullo stomaco.

Cinquanta minuti fa si è concluso il giorno della memoria. Un manifesto del PD recita: MAI PIU’.

In televisione ho visto un gruppo di persone linciare gli uomini che sono stati accusati di aver abusato sessualmente di una ragazza di 21 anni dopo aver picchiato e chiuso nel bagagliaio dell’automobile il suo ragazzo. Il ministro Calderoli propone la castrazione chimica.

La professoressa di storia dell’arte contemporanea mi ha chiesto di dare ripetizioni di matematica a suo figlio.

Piervito mi ha raccontato che a scuola hanno visto “Arrivederci ragazzi” e che a molti è piaciuto. Anna si è lamentata della qualità del dibattito.

Francesco mi ha parlato a telefono di faccende lavorative.

Il gruppo su facebook che vorrebbe che mi candidassi a Venosa alle prossime elezioni di giugno per avere la possibilità di diventare “assessore alla cultura”, conta 40 iscritti.

Il mio barbiere di fiducia ha chiuso perché i vigili hanno riscontrato che non aveva la licenza d’acconciatore.

A due mesi dall’incidente mia sorella cammina ancora con le stampelle. Fortunatamente può contare su mia madre che le dà una mano in casa.

Buonanotte a tutti.

 Raoul Hausmann - Testa Meccanica 1920

Raoul Hausman - Lo spirito del nostro tempo (testa meccanica)


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lunedì, 26 gennaio 2009

Venosa è quella che è

Di seguito in corsivo riporto frasi che siamo soliti sentire e dire.

 

Io vado avanti per la mia strada

Perché si può andare avanti per la strada di un altro?

 

Bisogna essere sempre se stessi.

Perché si può essere diversi da quel che si è?

 

(In riferimento alle città spesso si dice)

Venosa è quella che è

Perché può non essere quello che è?

 

Lui sì che sa il fatto suo

Perché può sapere il fatto di un altro? (in realtà perde anche di senso questa frase se riferita ad "un altro")

 

Sì lo so, le frasi acquisiscono un significato all’interno di un certo contesto d’uso. Ma proprio per questo dobbiamo essere "critici" nel momento in cui, usando certe espressioni, le carichiamo enfaticamente.

Su facebook sto facendo un giro tra le diverse cose che si scrivono intorno alle prossime elezioni venosine. E’ uno spasso per me leggere frasi che apparentemente hanno contenuti forti ma nella sostanza sono cariche di retorica. Se mi va, ne raccolgo qualcuna e l’analizzo qui sul mio blog. Non prometto nulla, non so se mi va.

 

 

Joseph Kosuth

 


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mercoledì, 21 gennaio 2009

Io, la principessa Sissi e la pena di morte

Se oggi io vivo meglio della principessa Sissi è grazie alla tecnologia. Evidentemente la principessa Sissi aveva più soldi di quanti ne ho io oggi ma non aveva il frigorifero, l’aria condizionata, la lavastoviglie, la lavatrice.

E’ la tecnologia che migliora la qualità della vita legata ai nostri bisogni più primitivi. Non sono i soldi ma la tecnologia. Ma se per poter accedere ai benefici della tecnologia servono i soldi, ecco che i soldi diventano strumento di benessere.

Appagati i nostri bisogni primitivi grazie alla tecnologia, gli uomini potrebbero dedicarsi allo spirito: pittura, musica, fotografia, feste, sesso. Potrebbero dedicarsi a tenere in ordine la casa o il giardino, potrebbero dedicarsi ad andare a trovare i propri cari defunti al cimitero o a lavare la propria automobile. Potrebbero giocare a carte o occuparsi delle persone che stanno male.

Grazie alla tecnologia oggi potremmo vivere davvero in una sorta di paradiso terrestre. Ed invece abbiamo deciso di continuare a vivere in un sistema socio-economico che eredita dal passato il concetto che l’uomo trova il massimo dell’appagamento nel possesso e nella lotta per il possesso. E’ vero che l’uomo trova appagamento nel possesso e nella lotta per il possesso, ma questo non vuol dire che dobbiamo apparecchiare un sistema socio-economico in sintonia con tale istinto. L’uomo trova appagamento anche nel dedicarsi a tutte le attività di cui ho parlato sopra a prescindere dall’idea di possesso.

Lottare per il possesso non fa progredire l’uomo. E’ inutile che ci vantiamo dei nostri sistemi democratici, dei nostri valori illuministici fondati sul rispetto delle libertà individuali e sulla tolleranza. Sono tutte balle. Se qualcuno disturba appena le nostre conquiste ottenute con la lotta per il possesso oppure se abbiamo bisogno delle risorse presenti in altre parti del mondo, ecco pronti a fare guerre trainate da slogan propagandistici su quanto noi siamo civili e democratici rispetto al resto del mondo. Slogan usati ai tempi delle crociate, delle invasioni spagnole in America Latina e delle conquiste coloniali ottocentesche.

In 2001: Odissea nello spazio Kubrick lo dice chiaramente: tra l’osso usato come arma dalle scimmie e l’astronave in missione nello spazio, c’è solo uno stacco di montaggio. Uno stacco che sta a significare che sono passati secoli, millenni ma l’uomo è rimasto sempre uguale.

Ecco la nostra società:

2003: l’Iraq ha armi di distruzione di massa. 2009: la guerra in Iraq è stata un errore.

Messaggi chiari, parole giuste, strutture grammaticali lineari che fondano la loro forza sull’idea, propagandata per decenni, che l’America è un grande stato democratico. Come Israele. Come noi tutti.

2003: l’Iraq ha armi di distruzione di massa. 2009: la guerra in Iraq è stata un errore.

Bush torna a casa. Ma in America non esiste la pena di morte per gli omicidi?

2001: Odissea nello spazio


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lunedì, 19 gennaio 2009

Facebook, le case degli studenti e il mondo ideale.

Sì, io sono comunista.

Per questioni estetiche,  non per motivazioni etiche o ideali.

Che un medico debba pretendere uno stipendio più alto rispetto ad un netturbino è una cosa brutta, non ingiusta o sbagliata. Quando dico “brutto”, intendo brutto esteticamente. Proprio come quando diciamo che un film è brutto o una donna è brutta. Se proprio vogliamo usare il denaro come strumento di misura (che è di per sé forse la cosa più brutta), un medico dovrebbe guadagnare meno perché ha già la possibilità di essere appagato dal curare e guarire. Dirò di più, le strade, a turno, dovremmo pulirle tutti. E’ una società orribile (esteticamente s’intende), una società che usa il denaro (cioè lo strumento per sopravvivere), per convincere alcuni a fare lavori che non vorrebbero fare. Le case abitate dagli studenti sono belle perché le pulizie si fanno a turno. Nessuno si sognerebbe di pagare di più per non fare le pulizie o di pagare uno degli inquilini affinché le faccia al posto di tutti. Non la riterremmo una cosa ingiusta o sbagliata, la riterremmo una cosa brutta, oscena in sé.

Facebook così come altri formati presenti su internet, offrono la stessa veste grafica per tutti, poi ognuno lo rende personale con i propri contenuti. Allo stesso modo immagino una città. Con case statali disegnate da architetti che creerebbero quartieri omogenei. Ma soprattutto case delle stesse dimensioni per tutti. E’ orribile, appunto brutto, che le persone abbiano case più grandi degli altri. In base a cosa? Al denaro, e non al gusto. Tutti dovremmo avere case delle stesse dimensioni ed ognuno dovrebbe personalizzarla in base al proprio gusto attingendo oggetti da un grande mercato generale statale. Immagino una sorta di Porta Portese statale in cui ognuno è libero di prendere quello che vuole. Sì ma chi lavora? I lavori che non vuole fare nessuno, a turno li facciamo tutti, poi ingegneri, medici, professori, artisti lavorano trovando appagamento in quello che fanno e non nel denaro.  

Il comunismo ha fallito? E il capitalismo, che affonda le sue radici nell’anno mille, e che da allora, per tenersi in piedi, ha voluto il mondo teatro di efferate guerre, invasioni fisiche ed economiche, sfruttamenti e schiavismi, ha avuto successo? Il capitalismo industriale, nato nella metà del XIX secolo, che per stare in piedi ha prodotto due guerre  mondiali, lo sgancio di due bombe atomiche, guerre continue per conquiste di mercati e materie prime, ancora schiavismi, migliaia di morti per incidenti stradali ogni anno, disastri finanziari totali risolti solo con ingenti interventi statali, una propaganda mass-mediatica martellante, continuativa, quotidiana per convincerci che questo è il sistema migliore che esista e che noi siamo i paesi più democratici della storia, sta avendo successo?

Alzarsi la mattina costretti ad andare a lavorare, ad andare a fare qualunque lavoro, anche quelli che non ci piacciono, perché dobbiamo guadagnarci soldi per vivere, è una cosa brutta, orribile. In sé. Ed infatti le facce delle persone, la mattina, sono tutte brutte. Le facce di chi fa sciopero o manifesta sono belle, anche quando disperate ed incazzate. Le facce delle persone alle feste sono belle se sinceramente divertite.

Chissà se un giorno vivremo in un mondo bello. In sé.

 


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domenica, 11 gennaio 2009

Non temo a breve il Giudizio Universale

Finalmente il sole. Finalmente una bella giornata. Le strade romane della domenica pomeriggio mi chiamano a sé per condurmi nella mia chiesa laica: il cinema.

Sono contento che da piccolo mia madre mi mandava a messa perché è cresciuta dentro di me l’esigenza di una forte spiritualità religiosa tramutatasi da grande in esigenza di spiritualità estetica.

Ma non è di questo che voglio parlarvi. Voglio parlarvi del cielo.

Il cielo non esiste. Alzando la testa, i nostri occhi sono incapaci di vedere l’universo fino alla fine o fino all’infinito e così consideriamo come cielo, con sfumature di colore sempre diverse, la prospettiva dell’universo schiacciata davanti a noi.  

Sono arrivato.

“Un biglietto per Lancillotto e Ginevra”

“L’avviso che non è in pellicola”

Faccio un gesto di stizza. Non ho mai visto un film di Bresson in pellicola e speravo tanto in questa rassegna. Deluso chiedo: “Sono studente. Ho diritto ad uno sconto?”

“No”.

In sala riprendo le mie riflessioni.

Visto che il cielo non esiste, Dio è senza casa.

Ma a proposito di Dio e di universo.

Non sono mai riuscito a capire perché Dio ha concentrato tutte le sue forze sul pianeta Terra. Perché non ha messo un mucchio di esseri umani pure su Giove o su Saturno? Forse ha voluto usare la Terra per sperimentare? Boh. Fatto sta che io non temo a breve il Giudizio Universale perché credo che l’universo debba prima essere popolato per essere giudicato.

Oh, cervello mio! Ora zitto! Comincia il film.

 

 

 

CCCP - Annarella


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martedì, 06 gennaio 2009

A chi è già morto a chi sta per morire

Chi vive in Basilicata sentendo di abitare il “niente” oppure chi è andato via dalla Lucania fuggendo da quel “niente”, ha oggi nel cortometraggio “a chi è già morto a chi sta per morire” la forma cinematografica con cui esprimere questo suo punto di vista o semplicemente questo suo sentire.

Il corto, ambientato a Venosa, un paese della Basilicata, parla della storia (vera) di quattro suicidi avvenuti nell’arco di un anno.

La fotografia, i movimenti di macchina, le soggettive dall’auto che ci restituiscono strade e piazze deserte dal sapore metafisico, la descrizione dettagliata di come si sono concretizzati i suicidi, risultano come una radiografia del paese. Per questo il film colpisce il bersaglio. E fa molto male. Le radiografie sono scientifiche, sono vere. Le radiografie sono l’immagine che viene prima dell’immagine. Le immagini di Venosa, nel film, sono al di qua di Venosa, vengono prima di Venosa, mostrano Venosa nella sua essenza fatta di monumenti e vicoli antichi i quali sono però privati della loro veste grafica, decorativa, suggestiva.

I quattro suicidi di cui ci parla il film sono quindi presentati come un momento di angoscia, un grido di dolore all’interno di questo niente, come dicevo, simboleggiato da strade e piazze deserte. Sembra quasi di sentire e vedere tutta la carica espressiva ed angosciante dell’urlo di Munch in un paesaggio metafisico di De Chirico.

Si può essere d’accordo o meno con le idee dell’autore, ma compito di un artista è quello di proporre una propria interpretazione della realtà ed esprimere nel modo più integro possibile il proprio punto di vista con il linguaggio artistico che ha deciso di utilizzare. Fulvio Pepe l’ha fatto benissimo.

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giovedì, 25 dicembre 2008

Da piccoli crediamo a Babbo Natale e in Dio. Da grandi solo in Dio. Da morti in niente.

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lunedì, 22 dicembre 2008

Chi viene con me?

Vi racconto un aneddoto, una cosa così. Ero in treno di ritorno da Venezia e Padova. Negli occhi avevo ancora la bellezza infinita degli affreschi di Giotto della Cappella degli Scrovegni e il fascino tenebroso, biblico dei mosaici della Basilica di San Marco. Vicino a me c’era una donna, intorno alla quarantina, visibilmente in carriera, tutta vestita di nero, costantemente con il cellulare in mano. Telefonava a destra e manca per vantarsi che avrebbe passato un capodanno tra San Francisco, Los Angeles e Las Vegas. L’ho odiata perché disturbava la mia mente ancora fresca di quei meravigliosi ricordi visivi con la sua ansia di raccontare agli amici il suo capodanno fico. Sostanzialmente si trattava di una delle tante persone senza personalità, che vivono di interessi passivi e di un senso del gusto costruito altrove.

La tipa non riusciva a staccarsi dal telefono. Ha quindi cominciato a fare una serie di telefonate di lavoro con l’aria da donna emancipata ed impegnata. Mi ha rovinato il viaggio fisico e mentale che stavo facendo. Era inconsapevole di essere schiava di tutti i luoghi comuni pisco-sociali predisposti dalla nostra società. Fortunatamente è scesa a Bologna.

Io invece vorrei dedicare alcuni di questi giorni di festa allo studio del romanico pugliese. Chi viene con me a Bitonto, Troia, Trani, Bari?

Ne sono certo. A gennaio la tipa passerà tutto il mese a raccontare la sua vacanza fica. Poveraccia.

 

Facciata della Cattedrale di Troia


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sabato, 13 dicembre 2008

Riflessioni sull'amore

L’arte: quando vogliamo comunicare idee, emozioni, sensazioni, spesso sentiamo che le parole del linguaggio quotidiano non sono adeguate e così per intenderci meglio con il nostro interlocutore, ricorriamo alle immagini di un quadro, ai versi di una poesia, alle scene di un film, al testo di una canzone, alla musica.

L’arte parla un linguaggio che è molto più potente di quello comune.

Gli amici o due innamorati si scambiano canzoni, poesie, libri, proprio per raggiungere un livello di comunicazione più alto. Quando facciamo l’amore mettiamo come sottofondo un po’ di musica e non di certo il discorso di Berlusconi alla Fiera del Levante.

 

La musica: come dicevo, due innamorati si scambiano canzoni ed ascoltano la musica insieme. Essere innamorati è una grande fortuna. Essere innamorati ed appassionati di Leonard Cohen lo è ancora di più perché si dà al proprio amore la giusta e dignitosa colonna sonora. Essere innamorati ed appassionati di Gigi D’Alessio è abbastanza una sfiga.

La storia: sono convinto che se non s’insegnasse storia a scuola, tutti saremmo interessati a capire perché abbiamo delle passioni invece che delle altre, perché organizziamo le nostre giornate in un modo invece che in un altro, perché siamo vittime di certe ansie invece che di altre, perché abbiamo determinate prospettive di vita invece che altre. A scuola bisognerebbe insegnare il futuro così la gente la smetterebbe di andare dietro ai profeti, ai Nostradamus, agli astrologi. Se siamo così tanto interessati all’amore è perché l’amore non è ancora materia d’insegnamento scolastico.

 Church with Hand-made Ladder

W. Evans - Church with Hand-made Ladder


postato da: nevharius alle ore 15:25 | link | commenti (1)
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giovedì, 04 dicembre 2008

Riflessioni su...

Dio: non so se esiste, di certo esiste nella mente di tante persone. Non credo in Dio. Non m’interessa credere in Dio. Ma se credessi in Dio non gli chiederei di occuparsi di me.

 

L’amore: due persone che si amano sono l’opera teatrale, cinematografica, letteraria, musicale, pittorica, scultorea, più bella che esista. L’amore non è per sempre? Secondo mia madre lo è: “Un vero amore non si dimentica mai”. Ha  ragione, però aggiungerei “non si dimentica mai del tutto”. Le cose vere rimangono da qualche parte dentro di noi, con una diversa intensità.

 

L’eternità: ho già vissuto nell’eternità. Prima di nascere. Ripeterò l’esperienza dopo la morte.

 

Il tempo: il “tempo” m’interessa solo per non arrivare tardi agli appuntamenti. Per il resto il tempo è come lo spazio, due luoghi da riempire con la mia fantasia, i miei progetti, le mie emozioni.

 

La società: gli uomini, per passione, per educazione, per dovere, per necessità, entrano in un gioco (chi il proprio lavoro, chi l’università, chi la propria attività di ricerca, … ), assorbono le regole del gioco e non sanno più guardare il gioco dall’esterno. La società occidentale che si è andata delineando dalla metà dell’ottocento ad oggi, ha creato un grande gioco. Abbiamo assorbito le regole e non siamo più in grado di metterlo in discussione.

 

Il linguaggio: la comprensione è il punto d’incontro tra gli interlocutori. Punto d’incontro che può essere raggiunto non solo con le parole, ma anche con uno sguardo, con una canzone, con la musica, con le immagini di un dipinto, con la scena di un film. Le parole non valgono più di un sorriso.


postato da: nevharius alle ore 12:58 | link | commenti (1)
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lunedì, 01 dicembre 2008

Premesso che sono una persona razionale, come posso contattare un esorcista?

Stamattina la lezione è finita con un quarto d’ora d’anticipo perché la professoressa doveva partecipare ad un funerale. A fine lezione, abituata a vivere di associazioni analogiche, la mia mente mi conduce alla Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura nei pressi del cimitero (ecco il perché dell’associazione) il Verano. Nonostante il restauro post bombardamento del 1943, la chiesa mantiene un fascino del tutto particolare. Ma non è di questo che voglio parlare.

 

Nella stanza antistante il chiostro, mentre mi intrattengo a leggere un libro sulla Basilica, arrivano due signore che chiedono ad una ragazza che lavora lì, se può dare loro informazioni su un esorcista, perché ritengono che ci sia un caso in famiglia di persona evidentemente posseduta. La signora più giovane premette a tutto ciò di essere una persona razionale. Chi mi legge spesso sa che io mi diverto tantissimo con le persone che usano il “premesso che”. Premesso che non sono fascista, Mussolini ha fatto anche cose positive. Premesso che non sono razzista, gli extra-comunitari sono un problema. Premesso che sono contro le guerre, la guerra in Iraq è un atto di difesa. Mi mancava il “premesso che sono una persona razionale, come posso contattare un esorcista?”.

 

Secondo me, il “premesso che” più bello di tutti è quello delle persone che guardano Beautiful. Dovete sapere che nessuno lo vede perché gli va. Nessuno ha il coraggio di dire che gli piace vedere Beautiful. Tutti premettono che “a quell’ora non c’è niente in televisione” (come se Beautiful fosse qualcosa), che “considerano Beautiful una scemenza ma che lo guardano per svago” e così via.

 

Ieri sera, evento raro, ero a casa. I miei genitori vedevano “Affari tuoi”, meglio conosciuto come il gioco dei pacchi. La mia opinione è molto semplice. E’ inutile protestare per un’università o per una scuola migliore fino a quando in televisione c’è il gioco dei pacchi. “Affari tuoi” equivale ad un colpo di stato. Riporta le persone ad uno stato di primitivismo culturale (tutti hanno imparato a fare la media aritmetica), agisce su elementi emotivi grezzi (del tipo “chissà cosa c’è nel pacco”), ipnotizza i telespettatori, fa passare il concetto che per svago ci si può rilassare vedendo cosa c’è nei pacchi. Ed infatti ci sono persone che dicono “premesso che vediamo affari tuoi solo per svago…”. E, per timore di essere retorico, non mi avventuro in discorsi morali relativi all’illusione che viene data alla gente di vincere soldi in modo semplice.

 

Mancavano pochi pacchi al traguardo finale. Mio padre e mia madre erano ipnotizzati. Mi sono alzato, senza premesse, quatto quatto, zitto zitto, ed ho staccato la spina della televisione. Mi hanno guardato rimanendo in silenzio,  senza avere la forza di reagire. Per un attimo hanno però distolto lo sguardo dalla televisione per indirizzarlo verso di me. Si erano appena risvegliati da un terribile coma televisivo.

 

http://video.google.it/videosearch?sourceid=navclient&hl=it&ie=UTF-8&rlz=1T4SKPB_itIT240IT240&q=martha%20rosler&um=1&sa=N&tab=wv


postato da: nevharius alle ore 16:06 | link | commenti
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